Fare radio negli anni Duemila. Intervista a Sergio Albertoni

di Alessio Zuccaro

Sergio Albertoni, 57 anni di Locarno, in Svizzera, è un uomo di radio: una ricca voce baritonale, un modo di fare gentile e caloroso, una vasta cultura offerta con garbo. Da molti anni ai microfoni di Rete Due, il canale culturale della RSI (Radiotelevisione svizzera di lingua italiana), è autore, conduttore e redattore di spicco del palinsesto ticinese. Reduce dall’edizione 2023 di Cremona Musica International Exhibitions and Festival, dove è stato presente in qualità di inviato dell’emittente svizzera – un ritorno emozionante nella città che lo ha accolto da studente di Musicologia – lo abbiamo incontrato per parlare del mondo della radio, familiare a tutti ma conosciuto da pochi.

Lei ha firmato molti programmi radiofonici importanti, sia nell’ambito della musica classica che di quella leggera. Quali sono gli obiettivi che si prefigge, e quali le sfide da affrontare?

Un radiofonico ha il compito, anzitutto, di catturare l’attenzione. Nessuno, infatti, accende la radio con l’intento di ascoltare quello che tu gli proponi: si imbatte in quello che viene trasmesso, che dunque deve colpirlo, stuzzicare la sua curiosità. Bisogna sempre tenere presente che ciò che io reputo interessante non viene necessariamente giudicato allo stesso modo da chi mi ascolta, perciò devo mettere in discussione il mio gusto personale e indossare i panni di un ascoltatore astratto, ideale. Trovo importante, inoltre, far capire al pubblico che non utilizzo un linguaggio tecnico, affinché chiunque possa sentirsi in grado di seguire la trasmissione. Allo stesso tempo bisogna sapere catturare anche i più colti, per non annoiare.

Un equilibrio molto difficile da trovare, dunque.

Esattamente, è una ricerca che non conosce risposta definitiva. Un esempio in tal senso è stato Piero Angela, capace di affrontare questioni complesse con parole semplici e alla portata di tutti. Un altro aspetto importante nella creazione di un programma radiofonico è essere entusiasmati da quello che si fa: se sono annoiato da un mio programma, ho la certezza che lo sarà anche l’ascoltatore.

Oltre a essere un prolifico autore, da molti anni è un conduttore. Quali pensa debbano essere le qualità di un buon professionista in questo campo?

Ogni offerta radiofonica richiede un approccio diverso. Non esiste una vera e propria scuola per conduttori: quelle a disposizione offrono perlopiù una preparazione per lavorare in radio private. Nel contesto della nostra rete, cerchiamo di porgerci in modo pacato e signorile, non urlato né invadente. Tuttavia, non bisogna scadere nella monotonia: nell’arco di un pomeriggio, su Rete Due si alternano stili molto diversi. Personalmente ho sempre avuto una predisposizione naturale alla conduzione: ho avuto ottimi riscontri dagli intervistati, si sentivano a proprio agio e liberi di poter dire tutto. Credo che nel mio caso si tratti anche di una questione caratteriale.


Pensando alla varietà dello stile di conduzione mi viene in mente Radio24, dove si passa dalla serietà dell’approfondimento economico all’irruenza spesso oltraggiosa di una trasmissione come “La zanzara”.

Esatto, e trovo che sia importante offrire questo agli ascoltatori – senza esagerare – per non tenerli chiusi in una bolla. Io stesso mi sono lanciato a proporre temi e generi diversi dalla musica classica. Ho avuto riscontri positivi anche di fronte alle idee più azzardate: da una decina d’anni io e Valerio Gorzani conduciamo Babilonia, una trasmissione scatenata dove nel giro di cinque minuti si può passare da Scarlatti ai Metallica.

Il linguaggio radiofonico è molto cambiato negli anni: podcast, tecnologie innovative e diverse modalità di fruizione. In che modo ha affrontato queste novità?

Le due grandi questioni da considerare sono la gestione del tempo e la scelta dei contenuti. Riguardo al primo, la mia strategia è quella di proporre trasmissione più brevi. Da due anni a questa parte produco due programmi: uno della durata di 15 minuti, Arpeggi, e un altro composto da pillole di 5-8 minuti, Biscrome. Questo perché ho l’impressione che la capacità di gestire l’attenzione sia diminuita negli anni: le persone si stanno abituando a contenuti sempre più stringati. Il prestigioso KKL di Lucerna [Kultur und Kongresszentrum, Centro di cultura e congressi, ndr], che quest’anno festeggia i suoi 25 anni di attività, propone da tempo concerti della durata di un’ora, mentre tempo fa Nicola Campogrande, un importante compositore torinese, mi disse di aver dovuto programmare spettacoli molto brevi per via delle imposizioni dettate dalla pandemia ma di aver scoperto, con sorpresa, che questa formula funzionava molto bene. Credo anche che la radio lineare sarà sempre più abbandonata in favore di una fruizione on-demand. Molte persone, infatti, mi raccontano di vere e proprie “maratone d’ascolto”: iniziata una puntata del podcast vanno avanti con le successive per ore.

Un po’ come accade con le serie televisive.

Esattamente. L’altra grande novità riguarda la scelta dei contenuti da proporre: non puoi più riempire le trasmissioni con informazioni che si trovano facilmente su Google. Il nostro compito è dare quel valore aggiuntoche non si troverebbe in rete. Preferisco, perciò, intervistare i musicisti perché raccontino delle storie, degli aneddoti fuori dalla portata dell’ascoltatore.

Un’ultima domanda: cosa lo ha colpito della sua esperienza a Cremona Musica?

Ho partecipato come redattore del settore musicale di Rete Due ed ero lì, di fatto, in veste di osservatore: ritengo che Cremona Musica rappresenti un’occasione unica per creare collaborazioni in vista di nuovi progetti… e questa edizione non ha deluso le aspettative!

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