Il Bluegrass sbarca a Cremona. Intervista a Danilo Cartia

di Giulia Vazzoler

Bluegrass, in italiano “erba blu”, come il colore delle praterie del Kentucky, che in alcuni momenti dell’anno offrono un colpo d’occhio di un verde così intenso da sembrare quasi turchese. E proprio dal Kentucky proviene Bill Monroe, il mandolinista americano considerato il padre del genere Bluegrass, una branca del country nella quale confluiscono le tradizioni musicali degli scozzesi e degli irlandesi che nel periodo coloniale si trasferirono nei Monti Appalachi. In Italia, uno dei pionieri di questo genere made in USA è Danilo Cartia, chitarrista romano, che negli anni Settanta ha importato il Bluegrass a Roma attraverso lo storico Folkstudio. Cartia è un musicista poliedrico; oltre alla chitarra suona e insegna il banjo a cinque corde, è un compositore e un cantautore e da dieci anni è il coordinatore artistico dell’Italian Bluegrass Meeting, che si svolge all’interno dell’Acoustic Guitar Village di Cremona Musica International Exhibitions and Festival.

Iniziamo con qualche numero. Lo scorso anno il Bluegrass Meeting ha portato a Cremona 19 band acustiche per un totale di 78 musicisti. Quest’anno ci sarà il decennale e ci aspettiamo un’edizione ancora più ricca…

Siamo molto contenti di un simile traguardo: in questi dieci anni abbiamo ospitato band italiane ma anche realtà musicali di primo piano europee e statunitensi. La qualità della musica espressa è sempre stata molto alta, e per questo c’è una ricezione positiva a livello internazionale. Le svelo subito che quest’anno abbiamo invitato il chitarrista americano Happy Traum, allievo della leggendaria icona folk-blues Brownie McGhee.

Come si svolgerà la giornata?

Saremo sul Live Stage di Cremona Musica, nella zona esterna ai padiglioni. Le band si alternano sul palco, ma prima delle esibizioni i musicisti si conoscono, dialogano, improvvisano jam-session. È un grande spettacolo che attira molto pubblico.

Quindi la parte improvvisativa è molto importante…

Le jam-session sono diffuse in vari tipi di musica, e senz’altro sono importanti per il Bluegrass, ma in questo genere di musica ci sono anche altri aspetti che impreziosiscono la struttura dei brani: i fiddle tune per il violino, i breakdown per il banjo, per esempio, ma anche i valzer e le ballate. Sono incontri bellissimi, dove c’è una forte componente interpretativa, ma anche la possibilità di improvvisazione.

Sempre, rigorosamente, in acustico.

Sì. Gli strumenti utilizzati per il Bluegrass sono il violino, il mandolino, il banjo a cinque corde, la chitarra acustica e il contrabbasso. C’è anche la chitarra resofonica – spesso chiamata erroneamente dobro – che è stata inventata negli Stati Uniti alla fine degli anni Venti proprio per la musica folk.

A questo proposito, continuano le partnership con le aziende leader del settore?

Certamente: abbiamo come partner ufficiali dell’Italian Bluegrass Meeting la Martin Guitars e la Deering Banjo Company, che ci forniscono strumenti e gadget. Grazie al loro contributo, ogni anno facciamo dono di uno strumento al musicista che viene da più lontano. Lo scorso anno, se l’è aggiudicato Jacek Loroch, banjoista della Repubblica Ceca.

Lei si definisce un pioniere del Bluegrass. Come ha introdotto questo genere in Italia?

È stato alla fine degli anni Settanta, grazie anche alla lungimiranza di Giancarlo Cesaroni, il gestore del celebre locale romano Folkstudio, che ha accettato di organizzare degli eventi dedicati alla musica tradizionale americana. All’inizio eravamo in pochi e non c’era molto seguito, ma poi il Bluegrass ha preso piede e si è rapidamente diffuso in Italia e in Europa.

Come nasce la collaborazione con Cremona Musica?

Determinante è stato l’incontro con Alessio Ambrosi, con cui collaboravo sin dai tempi dell’Acoustic Guitar Meeting a Sarzana. Nel 2014 abbiamo deciso di dedicare una giornata alla musica Bluegrass, per ospitare le band italiane che suonano questo genere, ma anche per far incontrare in jam-session i musicisti. Nel corso degli anni, la presenza internazionale si è fatta sempre più importante.

Gli scorsi anni all’Italian Bluegrass Meeting ci sono stati anche dei workshop. Li ripeterete?

Certo, teniamo molto anche all’aspetto didattico della manifestazione. Abbiamo ospitato musicisti del calibro di Jens Krüger, che assieme a Béla Fleck è il più grande banjoista del mondo; sono venuti il chitarrista John Jorgenson e il mandolinista Mike Marshall. Ma ci sono stati anche docenti italiani. E anche quest’anno stiamo raccogliendo le iscrizioni per workshop con maestri internazionali.

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