“L’interpretazione? Un sentiero verso la Bellezza”. Intervista a Michele Campanella

di Giulia Vazzoler

Napoletano di spirito, di famiglia e di scuola, come lui stesso si definisce nella sua Biografia insolita, Michele Campanella incarna compiutamente lo spirito arguto, sagace e autoironico dei grandi intellettuali partenopei. Allievo di un unico maestro, Vincenzo Vitale, acclamato virtuoso lisztiano – anche se accetta con riluttanza questa etichetta – preferisce definirsi un musicista piuttosto che un pianista. Campanella è autore di cinque libri con i quali ha dimostrato di possedere, oltre a straordinarie doti strumentali, anche una penna sapida e colta: è stato ospite del Fazioli Festival di Cremona Musica International Exhibitions and Festival per presentare la sua ultima pubblicazione, Interpretazione. Ovvero il breviario del musicista al pianoforte, edito da Castelvecchi.

Maestro Campanella, la sua ultima fatica letteraria parla di retorica, di filologia, di stile… un libello breve ma molto denso.

Sì, sono 33 tesi, che io ho chiamato “capitoletti”, molto asciutti, sui quali ragionare. Vede, quando si sente parlare di interpretazione a volte c’è tanto fumo, ma è la parola stessa che è ambigua, che porta alla promiscuità. In queste poche pagine ho raccolto il frutto del lavoro di una vita, dell’esperienza sul palcoscenico ma anche dell’insegnamento. Mi farebbe piacere che i musicisti le leggessero e ne discutessero con me. Ho sempre scritto per generare il confronto: è solo così che possiamo crescere e trasformarci e, perché no, anche cambiare idea. Sono sempre aperto al cambiamento.

Il libro reca la prefazione di Mons. Gianfranco Ravasi. Come vi siete conosciuti?

L’ho incontrato anni fa in Vaticano e l’ho sempre ammirato; per me è uno degli uomini più colti d’Italia. Ne ho discusso con mia moglie [Monica Leone, pianista, ndr] e, fra le tante possibilità, abbiamo scelto lui perché il comune denominatore di questo libro sull’interpretazione è la Bellezza, quella con la B maiuscola. Ravasi ha scritto 20 pagine meravigliose di esegesi biblica sulla Bellezza, molto pertinenti perché è proprio quello il fine ultimo della Musica.

Quindi possiamo dire che nel suo concetto di interpretazione trovi posto anche la spiritualità?

Lo dobbiamo dire! Io sono cattolico, credo nel Dio di Gesù Cristo e la Bellezza è un dono del Dio di Gesù Cristo. Chi lo possiede deve saperlo spendere, per me questo è l’insegnamento più importante.

Lei ha più volte dichiarato come le sia più facile esprimersi con le parole piuttosto che suonando. Cosa intende?

Sono 30 anni che parlo al pubblico durante i miei concerti. L’eloquio non deve essere un’esibizione di sapienza, non ho mai amato quei musicologi che sciorinano tutta la loro conoscenza senza considerare che tipo di pubblico abbiano davanti. Io parlo per spiegare alla gente cosa suono, come lo suono, e per invitarla a seguirmi. E questo funziona molto bene, perché va al di là della semplice informazione: ha a che fare con la sim-patia, nel suo significato etimologico originario che è quello del “sentire insieme”, della condivisione.

In questi 30 anni com’è cambiato il dialogo tra lei e il pubblico?

Da quando ho cominciato a suonare il pubblico stesso è molto cambiato, e purtroppo in peggio. La capacità di comprendere il messaggio musicale si è ridotta sempre di più. Adesso occorre inventarsi nuovi espedienti per coinvolgere il pubblico, come ha già fatto il rock, che non è solo “orecchio” ma anche “occhio”, e tiene ben conto dell’importanza dell’aspetto fisico ed estetico sul palcoscenico.

Sappiamo che non le piace essere definito un pianista, preferendo il più generico appellativo di musicista. Ci spiega meglio questa scelta?

È così, siamo musicisti prima di essere pianisti. Il musicista guarda alla musica con uno sguardo ampio, esteso, universale; può essere un direttore d’orchestra, fare musica al di fuori della tastiera, può spiegarla, può insegnarla. Ecco, l’aspetto didattico è una cosa a cui tengo moltissimo perché ho insegnato tanto, e l’ho sempre fatto da musicista, più che da pianista.

non a caso lei ha dichiarato che il suo libro su Liszt è stato apprezzato soprattutto dai musicisti, e non dai pianisti. A cosa crede sia dovuto?

Vogliamo dire la verità? [Ride] Troppo spesso chi suona Liszt crede di essere Liszt, e non ha bisogno di suggerimenti. L’obiettivo di quel libro era cambiare radicalmente l’idea comune, stereotipata del grande compositore ungherese, che è diventata tale proprio per colpa dei pianisti. Sono loro i responsabili di questa cattiva fama. Io ho cercato di far passare l’idea che Liszt è un musicista di prim’ordine, non un buffone. Comunque, alla fine, ho venduto 3000 copie, quindi non è andata così male…

Anche Appunti di viaggio ha avuto molto successo in termini di vendite.

Sono degli scritti brevi, concepiti durante i miei viaggi per essere pubblicati su Facebook. Solo dopo ho deciso di raccoglierli e di farne un libro. Li definirei degli sfoghi: quando ho bisogno di scherzare o di arrabbiarmi, nella solitudine di certi momenti, ecco che cerco un dialogo con il mondo esterno attraverso la scrittura. Comunque le cose peggiori, quelle che veramente mi hanno fatto soffrire, non le ho scritte.

Lo scorso anno è stato in giuria al PianoLink International Amateurs Competition, il concorso di Cremona Musica riservato ai pianisti non professionisti. Cosa l’ha colpita di questa esperienza?

Quello che mi ha sorpreso è stato l’entusiasmo dei candidati, la loro genuina passione per la musica. Vede, io credo che lo scopo ultimo del nostro immenso lavoro quotidiano di perfezionamento dovrebbe essere proprio questo: la gioia di suonare. E invece quando si suona per mestiere – e posso capirlo, perché il nostro è un lavoro faticosissimo – spesso si perde il piacere di farlo. Da questi signori, pianisti dilettanti, ho imparato cosa sia l’amore puro per la musica, al di là della professione.

@Tutti i diritti riservati in collaborazione con TGmusic.it

Condividi:

Facebook
Twitter
Pinterest
LinkedIn

Correlati