Intervista a Federico Nicoletta, coordinatore del Dipartimento di pianoforte
Di Michela Ianniciello
Dodici concerti a New York, tappe a Madrid, Lisbona e Bucarest, un invito dal Conservatorio Centrale di Pechino. In pochi anni il Dipartimento di Pianoforte del Conservatorio Francesco Venezze di Rovigo, istituto nato nel 1970, ha costruito una rete internazionale. Nel frattempo ha ampliato l’offerta didattica con un master dedicato alla registrazione discografica, un dottorato sulla musica pianistica italiana e un corso di pianoforte storico. A coordinarlo è Federico Nicoletta, con lui insegnano Sabrina De Carlo, Roberto Prosseda, Désirée Scuccuglia, Alberto Chines, Nicola Losito e Luca Sacher. Lo abbiamo incontrato a Cremona Musica, dove il dipartimento ha presentato i suoi progetti.
Maestro, che cosa rende unico il vostro dipartimento?
Siamo un gruppo frutto di una scelta: tutti e sette abbiamo voluto essere qui, al di là delle comodità geografiche e logistiche. Ognuno ha una propria specialità, dal virtuosismo ottocentesco alla prassi sul fortepiano, dal repertorio a quattro mani all’accompagnamento, fino al pianoforte in orchestra. Tra di noi c’è uno scambio continuo, e chi ci osserva da fuori lo nota. Questa sintonia si trasmette agli studenti delle nostre classi e favorisce il dialogo con altri dipartimenti, come Musica antica, Jazz, Pop e Musica da camera.
Le relazioni costruite nelle nostre carriere sono una risorsa preziosa per chi studia qui. Grazie a questi contatti abbiamo potuto invitare numerosi ospiti di rilievo, tra cui Pietro De Maria, Benedetto Lupo, Michele Campanella, Jean-Marc Luisada, Natalia Trull, Robert Levin, Vadym Kholodenko e Stanislav Ioudenitch.
Oltre alle relazioni personali, su che cosa puntate per dare al dipartimento un respiro internazionale?
Sulla tecnologia. Grazie al sostegno della Fondazione Cariparo abbiamo un Bösendorfer grancoda dotato di Disklavier, un sistema integrato di registrazione e riproduzione. Può incidere un’esecuzione e restituirla fedelmente, oppure inviarla in tempo reale a un altro pianoforte con lo stesso sistema, ovunque si trovi. Sensori ottici rilevano ogni movimento di tasti, martelletti e pedali, misurando la forza e la durata di ciascun gesto. Un meccanismo interno ricrea poi l’interpretazione originale in tutte le sue sfumature. Lo abbiamo inaugurato il 9 giugno 2026 con un concerto a distanza insieme all’Università di Musica e Arti della città di Vienna (MUK), che possiede un Bösendorfer gemello: Roberto Prosseda e io suonavamo a Rovigo e, nello stesso istante, lo strumento viennese riproduceva le nostre note davanti al pubblico austriaco. Istituzioni come il Mozarteum di Salisburgo, la Juilliard School e la UCLA dispongono di sistemi analoghi. Stiamo valutando collaborazioni che ci permetterebbero di condividere lezioni ed esibizioni tra città lontane, con strumenti veri e non con un semplice streaming audio.
Siamo a Cremona Musica. Che cosa avete portato in fiera quest’anno?
Abbiamo aperto la nostra partecipazione proprio con un concerto sul Disklavier, affidato a tre allievi del master e dei corsi accademici. Era il modo più diretto per far conoscere lo strumento e, insieme, l’offerta formativa che siamo venuti a presentare. Ne fa parte il master “Play&Rec”, pensato per chi vuole incidere: gli studenti realizzano un disco, imparano a curarne il montaggio e vengono messi in contatto con case discografiche italiane e straniere. Molti album sono già usciti per Brilliant Classics e Piano Classics, e altri sono in arrivo. Abbiamo poi illustrato le ricerche dei dottorandi sulla musica pianistica italiana, che mirano a riportare alla luce tanti capolavori rimasti in ombra: pagine di compositori apprezzati ai loro tempi e poi dimenticati, e brani mai eseguiti. Un paradosso, dovuto al fatto che la nostra tradizione si è concentrata soprattutto sull’opera, benché il pianoforte sia nato proprio in Italia, a Firenze, per mano di Bartolomeo Cristofori agli inizi del Settecento.
Come preparate i giovani pianisti al mondo professionale?
Prima di tutto offrendo occasioni per suonare. Quest’anno ci sono state sette produzioni con orchestra, tra cui i concerti di Grieg, Beethoven e Chopin, oltre alla Rhapsody in Blue di Gershwin. Portiamo poi esibizioni e seminari all’estero, di recente a Madrid, Bucarest, Pechino e San Francisco, e collaboriamo con varie istituzioni concertistiche italiane. Organizziamo anche rassegne interne, come “L’ora del tè” e “Risonanze condivise”, che permettono agli studenti delle diverse classi di ascoltarsi a vicenda, eseguire brani ancora in fase di studio e mettere alla prova le proprie idee interpretative in un ambiente protetto.
Le richieste del mondo musicale sono cambiate molto. In che modo ne tenete conto nella formazione?
Rispetto a vent’anni fa, a un musicista si chiede molto di più di una solida preparazione tecnica e musicale. Deve saper registrare, improvvisare, proporsi e mantenere vivi i rapporti con direttori artistici e docenti di altri Paesi. Per questo affidiamo agli studenti un ruolo attivo nei nostri festival: li seguono dalla progettazione all’ultima serata e si occupano di tutto ciò che serve perché un concerto vada in scena. Sono competenze pratiche che spesso si sottovalutano, ma che fanno la differenza quando arriva il momento di curare i primi eventi in autonomia. Puntiamo inoltre su formati alternativi al recital classico. A ottobre, per esempio, i dottorandi terranno otto lezioni-concerto per l’Associazione Beethoven ACAM di Crotone e presenteranno i risultati dei loro studi sul repertorio pianistico italiano a un pubblico di non addetti ai lavori. Confrontarsi con tanti professionisti, ognuno con un percorso diverso, aiuta i ragazzi a capire quante possibilità offre questo mestiere. Dal canto nostro, ogni giorno mettiamo in comune le forze per un’impresa collettiva: accompagnare ciascuno di loro nella ricerca della propria strada.















