Di Gea Sandri
Cosa spinge una musicista a lasciare la sicurezza del palcoscenico per cercare la vita reale? Per Giulia Vazzoler, pianista, docente e firma della critica musicale, la risposta risiede nella natura stessa dell’arte: un dialogo ininterrotto tra memoria, rigore e umanità.
Trevigiana, classe 1987, Giulia non ha mai fatto della patria l’unico orizzonte: la fame di mondo e il suo pianoforte l’hanno portata nei luoghi più disparati, dai palchi dorati del Golfo Persico al dolore di terre dimenticate e zone di confine. Il suo percorso – che unisce il concertismo internazionale a un’intensa attività di divulgazione – trova oggi una sintesi ideale in PER ELISA. Storie di musica e di frontiera. Un progetto editoriale e discografico nato dalla sinergia tra Florestano Edizioni e Alfa Music, in cui la musica si fa portatrice di ricordi, sofferenze e rinascite. In occasione della sua partecipazione a Cremona Musica, abbiamo approfondito con lei la genesi e il significato di questo percorso.
Il libro si apre con una soglia privata e dolorosa: la scomparsa prematura di suo padre. Cosa ha significato abitare questa assenza con le parole?
Ho perso mio padre quando ero piccolissima, a soli due anni. Per me è sempre stato un lutto singolare: non una ferita legata a ricordi che svaniscono nel tempo, ma la mancanza a priori di una memoria vissuta insieme. È un’assenza con cui impari a convivere e che diventa parte di ciò che sei.
Col tempo è inevitabile che riaffiorino certe domande: ti chiedi se sarebbe stato fiero di te, cosa avrebbe pensato delle tue scelte, di tuo figlio, della tua musica. Per Elisa ha dato forma a quel silenzio, che oggi diventa una testimonianza di gratitudine e serenità.
Al centro del progetto c’è Beethoven, con una rilettura inedita di Per Elisa, lontana da qualsiasi luogo comune. Cosa ha voluto restituire a queste note e come si è misurata con l’eredità beethoveniana?
Spesso la figura di Beethoven si staglia sul cliché del tormento e della fatalità. Io credo invece che la cifra più autentica e rivoluzionaria della sua grandezza sia la spinta verso la luce. La tensione e il contrasto, nella sua scrittura, non sono mai fini a sé stessi, ma annunciano sempre una redenzione, un’apertura, un riscatto vitale.
Anche una pagina celeberrima come Per Elisa, spesso abusata dai centralini telefonici e dalle pubblicità, racchiude un lirismo e una freschezza poetica senza eguali. La mia interpretazione nasce proprio dal desiderio di liberare la melodia dalle abitudini d’ascolto polverose, restituendole trasparenza, calore e un respiro di autentica rinascita.
Il libro racconta anche l’esperienza come docente al Conservatorio palestinese “Edward Said”. Cosa vuol dire educare alla musica in una realtà di frontiera come Betlemme?
Insegnare al Conservatorio “Edward Said” è stata un’esperienza profonda, che mi ha mostrato con chiarezza quanto la musica classica rappresenti una necessità dell’anima, non un lusso accademico o un privilegio per pochi.
Ho scelto di vivere nel cuore di Betlemme per immergermi nella vita reale di quel luogo: tra i suoni e i ritmi del souq (il mercato tipico, ndr), le relazioni quotidiane e la semplicità disarmante dei gesti condivisi, al di là di qualunque appartenenza o barriera. Ma lo scambio più profondo è stato quello con i miei studenti: giovani curiosi e pieni di talento, per i quali sedersi al pianoforte significava costruire uno spazio inviolabile di dignità, bellezza e futuro. La musica possiede una forza straordinaria: educa all’ascolto reciproco e abbatte qualsiasi confine, prima ancora che le convenzioni possano accorgersene.
Ha spesso affermato che oggi un interprete non può più «nascondersi dietro lo strumento». Qual è la responsabilità del musicista classico contemporaneo?
Per molti anni ho raccontato i progetti degli altri – lavorando in radio, in televisione e sui palchi di Cremona Musica –, finché ho sentito l’urgenza di mettermi in gioco, con la mia voce e la mia identità artistica.
Troppo spesso i musicisti classici si sono trincerati dietro la presunta sacralità della partitura, con una serie di convenzioni ottocentesche che hanno allontanato il pubblico contemporaneo. Io credo che l’artista debba spogliarsi di ogni formalismo per comunicare una verità sincera e diretta. La musica classica non può restare chiusa in una torre d’avorio: compie il suo miracolo più grande quando scende dal palco, abbraccia le persone e si fa strada tra le fragilità. Appartiene a tutti, ed è nostra responsabilità farla tornare a essere viva, accessibile e condivisa.















