di Eleonora Fullone
A Cremona la storia della musica non si incontra soltanto sui libri. Può capitare a uno studente di Conservatorio di entrare al Museo del Violino, prendere tra le mani uno strumento della collezione e suonarlo davanti al pubblico. È un’esperienza profondamente legata alla città di Stradivari, che mostra come in questa città formazione, tradizione e pratica musicale possano intrecciarsi. È in questa identità che il Conservatorio “Claudio Monteverdi” trova parte della propria linfa vitale. In vista di Cremona Musica Expo & Festival 2026, abbiamo incontrato il direttore Giuseppe Caffi per capire come questa identità si traduca nella formazione dei giovani musicisti e nelle prospettive di crescita dell’istituzione.
Direttore Caffi, come nasce il Conservatorio e come si è sviluppato negli anni?
L’istituto affonda le sue radici nella precedente Civica Scuola di Musica “Claudio Monteverdi”, per diversi anni istituto musicale pareggiato, fino alla statizzazione del 2022-23. La nostra storia è fortemente legata agli archi e alla musica antica, in continuità con la tradizione della città e con l’eredità di Monteverdi. Oggi abbiamo 14 insegnamenti e circa 110 studenti nei corsi AFAM, con il valore aggiunto di un corpo docente formato da musicisti molto attivi nella carriera concertistica. A questi si aggiungono una novantina di iscritti ai corsi liberi: sono aperti a tutte le età, senza esame di ammissione, e consentono in particolare di avvicinare i bambini alla formazione musicale fin da piccoli.
Un altro aspetto su cui puntate molto è la produzione concertistica. Che ruolo ha nella formazione degli studenti?
Per noi è fondamentale coinvolgere gli studenti fin dall’inizio nella produzione, affinché si abituino al rapporto con il pubblico e alla futura realtà professionale. Realizziamo circa 35-40 concerti all’anno e abbiamo una piccola orchestra d’archi, spesso integrata con i fiati. Cremona, inoltre, ci offre molte opportunità: collaboriamo con diverse realtà cittadine, tra cui il Teatro Ponchielli e il Museo del Violino, e partecipiamo al Monteverdi Festival.
L’esperienza al Museo del Violino racconta forse meglio di ogni altra che cosa significhi studiare musica a Cremona.
È una possibilità unica, profondamente legata alla nostra città. Grazie a una convenzione con il Museo, alcuni studenti possono suonare strumenti di grande pregio appartenenti alla collezione e confrontarsi con un pubblico particolarmente attento alla qualità del suono e dell’esecuzione. La collaborazione si sta inoltre rafforzando: abbiamo avviato un dottorato e una nostra studentessa sta portando avanti un progetto dedicato al violino e agli aspetti esecutivi legati a questi strumenti.
Il rapporto con il territorio può diventare anche un ponte verso la professione?
Assolutamente si. Cerchiamo di favorire l’ingresso degli studenti nei circuiti professionali: alcuni cantanti hanno partecipato alle audizioni per i cori di AsLiCo, i nostri archi possono trovare occasioni in orchestre professionali anche in contesti di prestigio come la stagione dell’Arena di Verona, mentre gli studenti di organo suonano nelle celebrazioni e nei concerti inaugurali di organi restaurati. Il Conservatorio cerca di fare da intermediario, individuando opportunità nelle quali i ragazzi possano acquisire esperienza, visibilità e pratica professionale.
Arriviamo allora a Cremona Musica 2026. Cosa porterete in fiera?
Vogliamo presentare il Conservatorio attraverso alcune registrazioni delle nostre attività, ma soprattutto portare gli studenti a suonare. Stiamo individuando gli spazi nei quali potranno esibirsi e c’è un progetto per coinvolgere anche l’orchestra. Vogliamo mostrare concretamente la presenza del Conservatorio sul territorio e mettere gli studenti al centro.
Oggi preparare un musicista alla professione significa andare oltre la sola preparazione strumentale. Quali competenze servono?
La tecnica rimane fondamentale, ma servono anche una formazione culturale più ampia, la conoscenza delle lingue e la capacità di autogestirsi. Un musicista deve sapere come presentarsi e dove cercare opportunità: una certa preparazione manageriale e una forma di imprenditorialità personale sono ormai indispensabili. Esistono inoltre molte strade alternative alla carriera solistica, dall’orchestra all’insegnamento e alla musica da camera. Il compito del Conservatorio è aiutare lo studente a trovare la propria dimensione.
E quale dimensione immagina per il Conservatorio di Cremona nei prossimi anni?
Mi auguro che possa crescere ancora, ampliando le classi e arrivando a comprendere anche gli ottoni. Vorrei soprattutto creare un’orchestra stabile del Conservatorio, in parte gestita dagli stessi studenti e che possa collaborare anche con il Teatro Ponchielli. È inoltre previsto, indicativamente per l’estate del 2028, un cambio di sede che dovrebbe offrirci più spazi e nuove possibilità di crescita.
Che cosa dovrebbe cambiare ancora nel sistema AFAM italiano?
Credo sia necessario trovare un maggiore equilibrio tra le diverse discipline. La formazione generale è importante, ma bisogna evitare che le materie complementari sottraggano troppo spazio alla preparazione dello studente. Il sistema è ancora in una fase di assestamento: mi auguro possa consolidarsi e trovare maggiore stabilità, mantenendo come obiettivo quello di offrire al musicista gli strumenti necessari per affrontare il proprio futuro professionale.















