Da venerdì 02 a domenica 04 ottobre 2026, Fiera di Cremona

Le Temps Suspendu e l’arte dell’ascolto. Intervista a Francesca Cesaretti.




di Annarita Garganese

E se il silenzio ci dicesse qualcosa? Da questa domanda nasce Le Temps Suspendu. Il Concerto del Silenzio della pianista riminese Francesca Cesaretti, classe 1981: un’esperienza percettiva, un viaggio di ascolto e contemplazione alla ricerca di bellezza, armonia e quiete interiore.

Francesca, da dove nasce il progetto e di cosa tratta?

Il punto di partenza è Le Temps suspendu, concept album pubblicato nel 2025 da EMA Vinci e definito da Guido Barbieri a Rai Radio3 Suite un’antologia musicale intorno al concetto di tempo. Nato durante la pandemia, in quello che per me è stato un momento di spoliazione e di minimalismo delle cose, il disco è il frutto di una ricerca personale sulla musica francese tra la fine dell’Ottocento e il primo Novecento. Partendo da Debussy e Satie, il percorso si estende ad autori meno frequentati, come Jehan Alain, Florent Schmitt e Cécile Chaminade, accomunati da una medesima tensione verso il sogno, la notte e l’attesa. Il mio tempo sospeso è il momento in cui i pensieri si placano ed entriamo davvero in contatto con noi stessi: può manifestarsi nei momenti più diversi, come nel silenzio di una cattedrale o durante una camminata sulla spiaggia.

Come è costruito il percorso musicale?

La successione dei brani disegna un percorso di evoluzione spirituale, che è anche autobiografico. Si parte dalla Rêverie di Debussy, sogno a occhi aperti dal quale tutto ha origine. La Gymnopédie di Satie conduce verso una musica spoglia ed essenziale; il Nocturne di Debussy e la Ballade des pendus di Alain attraversano invece la notte, i desideri e le paure. Con L’Heure immobile di Schmitt si giunge a una contemplazione fatta di minime trasformazioni dentro un’apparente immobilità. Seguono il silenzio, la Gnossienne di Satie, il Clair de lune di Debussy e, infine, la Méditation di Chaminade. Ho voluto concludere con l’esempio di una grande donna che, nonostante le difficoltà del suo tempo, è riuscita a realizzare la propria vocazione di compositrice.

Come si traduce questa idea nella forma del concerto?

Musica e silenzio non sono considerati opposti: il silenzio dà forma al suono e ne prolunga la risonanza. Alcune pause diventano parte integrante della drammaturgia, in esplicito richiamo a 4’33” di John Cage. Il pubblico è invitato a rimanere nel flusso dell’ascolto, applaudendo solo quando ne sente davvero il bisogno. Le mie parole, due poesie simboliste di Rimbaud e Verlaine, il lento trascolorare della tastiera e un dono ai partecipanti costruiscono una dimensione sinestetica. Non si tratta, però, di effetti spettacolari: il concerto deve restare nudo e minimale. L’obiettivo è trovare una formula nuova per la musica classica senza alterarne la natura.

Quale messaggio desidera consegnare al pubblico?

Non avere paura di seguire fino in fondo i propri sogni, anche quando questo ci porta a scoprire parti di noi che non vorremmo vedere. È un invito controcorrente rispetto alla frenesia contemporanea: recuperare tempi di lentezza, attesa e perfino assenza, perché mettersi davanti al pianoforte e non suonare è un momento di connessione molto forte con il pubblico e con sé stessi.

Alla base del progetto vi è anche un percorso personale: l’interesse per la filosofia, un lungo lavoro sulla consapevolezza e l’esperienza maturata nei concerti organizzati dal 2017 nell’Hospice dell’Ospedale Infermi di Rimini con Donatori di Musica e AIL Rimini. Qui ho approfondito l’idea di una musica che può metterci in relazione con le emozioni più profonde, alleviando paure e tensioni.

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