Ci sono luoghi che dettano il ritmo di un’intera città. A Brescia, il Conservatorio “Luca Marenzio” è uno di questi: un tempio che nasconde molto più di quanto riveli allo sguardo. Non solo per le sue dimensioni – che lo rendono il secondo polo musicale della regione dopo il “Verdi” di Milano – ma anche per le memorie che custodisce. Tra queste mura, infatti, vibra l’eco dei grandi nomi della musica classica. Camminare qui significa calpestare lo stesso suolo di Arturo Benedetti Michelangeli, Maria Callas, Annalisa Stroppa e Giovanni Tebaldini. Un’eredità immensa, che ci siamo fatti raccontare da chi la respira ogni giorno: il direttore e pianista Massimo Cotroneo, siciliano, classe 1960, che si appresta a concludere il suo incarico alla guida dell’istituto.
Ci racconta brevemente il Conservatorio? Quali sono la sua storia e le sue caratteristiche distintive?
Nato nel 1864 come Civico Istituto Musicale Antonio Venturi, il Conservatorio di Brescia è diventato statale nel 1971. Sette anni più tardi, nel 1978, ha esteso i propri confini fino alla Val Camonica, con l’apertura della sede distaccata di Darfo. Quest’ultima si trova all’interno di un contesto paesaggistico notevole ed è ospitata tra le mura del Convento Queriniano. La sede bresciana non è da meno: con i suoi 3000 metri quadrati di storia, dimora nel fascino di un antico convento agostiniano, che si sposa con l’eleganza ottocentesca di Palazzo Donegani. Di recente, il nostro conservatorio ha vinto un bando ministeriale per il restauro di Palazzo Bargnani. I lavori avranno inizio a breve, sotto la direzione di Patrizia Vastapane.
Quali sono oggi gli aspetti che rendono unico il vostro conservatorio nel panorama dell’alta formazione musicale italiana?
Siamo uno dei conservatori più importanti d’Italia per ampiezza del corpo docente e varietà dell’offerta formativa. Inoltre, offriamo percorsi di abilitazione all’insegnamento nelle scuole medie e superiori a indirizzo musicale, un’opportunità che ogni anno attira studenti da tutta Italia. La nostra comunità supera i mille iscritti, un numero favorito anche dalla nascita del Biennio di Musicoterapia, nel 2023. A tal proposito, quest’anno abbiamo stipulato una convenzione con l’Università Statale di Brescia, grazie alla quale i nostri studenti possono collaborare con il Dipartimento di Infermieristica. La risposta è stata sorprendente: tanti futuri infermieri si sono avvicinati ai nostri corsi, riconoscendo nella musica una vera alleata della medicina. Vedere questi due mondi che si incontrano è davvero meraviglioso. Sul fronte della ricerca, siamo tra i pochissimi conservatori ad aver attivato due cicli di dottorato in contemporanea. Il nostro sguardo si volge a un futuro ricco di possibilità: le previsioni per il nuovo bando sono in forte crescita, dopo le 35 domande dell’anno scorso.
Qualche anticipazione sulle novità del prossimo anno?
Rinnoveremo l’unione artistica tra le due sedi in un cartellone di 55 concerti, che comprenderà anche la stagione degli studenti. L’Orchestra Stu.d.i.o, che ho fondato nel 2017 allo scopo di unire sul palco studenti e docenti, completerà l’anno prossimo il ciclo delle Sinfonie di Beethoven. Inoltre, la nostra offerta didattica si dispiega in circa ottanta incontri tra seminari, masterclass e conferenze, quest’anno arricchiti dalla presenza di Louis Lortie e Benedetto Lupo. A coronare il tutto ci sarà l’energia travolgente della Big Band Jazz.
La musica non si limita a risuonare tra le mura della città, ma viaggia oltre i confini nazionali: i nostri ragazzi hanno già tenuto numerosi concerti all’estero, dalla Cina alle Canarie, e sono pronti a sbarcare in Corea nel 2027.
Quali progetti, iniziative o attività porterete a Cremona Musica quest’anno?
Ci stiamo lavorando con grande entusiasmo: per noi è la prima esperienza a Cremona Musica. Ringraziamo di cuore Roberto Prosseda per averci offerto questa splendida opportunità. Contiamo di eseguire un duo pianistico di Camille Saint-Saëns e alcuni dei sei numeri che compongono un quartetto di Heitor Villa-Lobos. Inoltre, suoneremo un tempo del concerto di Carl Czerny per pianoforte a quattro mani e orchestra, che abbiamo già presentato a Pechino e a Shanghai. Con il suo stile beethoveniano, rappresenta un omaggio ideale al Maestro di Bonn, per il bicentenario della sua scomparsa, che celebreremo l’anno prossimo. L’orchestra non sarà con noi; lo eseguiremo nell’inedita riduzione per quartetto d’archi prevista dallo stesso Czerny, frutto di un attento lavoro di ricerca.
Quali strumenti state mettendo in campo per favorire l’inserimento professionale dei vostri studenti?
Ampliare l’offerta formativa è la chiave per garantire un futuro professionale ai nostri studenti. Con il lancio dei nuovi Bienni abbiamo raggiunto un traguardo fondamentale. Tra questi, i più recenti sono il Biennio di Formazione orchestrale, che ha registrato un numero altissimo di richieste, e quello di Musica minimalista, guidato da Marcello Mazzetti.
Stiamo anche espandendo i nostri spazi: in aggiunta ai 2500 metri quadri di Palazzo Bargnani, da dedicare alla ricerca e all’esposizione di strumenti antichi, amplieremo quelli della sede di Darfo grazie a un bando ministeriale. Adesso stiamo approntando i lavori di ristrutturazione dell’antica chiesa conventuale, che diventerà un auditorium destinato ai concerti e alle prove d’orchestra.
Come immaginate il conservatorio del futuro e quali sfide ritenete più importanti per il sistema AFAM nei prossimi anni?
L’obiettivo è l’integrazione totale con il sistema universitario. Per farlo, i conservatori dovranno abbandonare il bilancio tradizionale a favore di quello patrimoniale, uno strumento che permette di monitorare le prestazioni dell’organizzazione, definendone i beni e il valore in un dato momento. Un passaggio reso obbligatorio anche dalle direttive europee, che impongono l’adozione del bilancio patrimoniale entro il 2030. Per me, il futuro dei conservatori passa da un’amministrazione integrata e policentrica, grazie alla quale i docenti sono liberi di muoversi tra i vari istituti. La nostra regione è costellata di piccole realtà musicali, che svolgono una funzione locale piuttosto considerevole. Un esempio è la sede di Darfo: un centro di 15.000 abitanti capace di servire un bacino di utenza territoriale, quello della Val Camonica, di oltre 100.000 persone. Se da un lato la sfida dell’integrazione universitaria impone uno sforzo maggiore alle realtà di provincia, dall’altro la stessa territorialità lombarda suggerisce una struttura a rete, fatta di alleanze guidate da alcuni capofila. Staremo a vedere: io assisterò da fuori (sorride, ndr).















