Da venerdì 02 a domenica 04 ottobre 2026, Fiera di Cremona

Il Conservatorio di Modena e Carpi: ricerca, tecnologia e una nuova idea di formazione musicale

di Eleonora Fullone

Un conservatorio di dimensioni contenute, ma con un respiro internazionale e una forte vocazione alla ricerca. È questa l’identità del Conservatorio di Modena e Carpi, da poco ribattezzato “Luciano Pavarotti” e guidato dal pianista bolognese Giuseppe Modugno. Negli ultimi anni l’istituto ha trasformato la propria dimensione in un punto di forza, investendo con decisione nella ricerca e nell’internazionalizzazione. Oggi può contare su una rete di collaborazioni che coinvolge università e istituzioni musicali dei cinque continenti, mantenendo lo studente al centro del progetto formativo.

In occasione di Cremona Musica, dove il Conservatorio sarà presente, abbiamo incontrato il direttore per parlare di formazione, innovazione e delle sfide che attendono il sistema AFAM.

Direttore, quali sono le caratteristiche distintive del Conservatorio?

Siamo una realtà di dimensioni medio-piccole, con trentasette docenti, ma proprio questa struttura ci permette di seguire gli studenti con grande attenzione. Credo molto nel mettere davvero al centro chi studia. Oltre all’offerta ordinamentale, proponiamo durante tutto l’anno masterclass, seminari, attività concertistiche e numerose occasioni per suonare sul territorio. Gli studenti vengono anche coinvolti direttamente nell’organizzazione attraverso borse di collaborazione, un modello che ricorda quello dei college americani: partecipare attivamente al funzionamento del Conservatorio, maturando competenze utili per il loro futuro.

In che modo accompagnate i ragazzi verso il mondo del lavoro?

Uno dei progetti ai quali tengo maggiormente è la piattaforma Alumni, realizzata con il sostegno della Regione Emilia-Romagna. Nasce con l’obiettivo di creare un collegamento concreto tra gli studenti e il mondo professionale, mettendo in rete giovani musicisti, orchestre, istituzioni e opportunità lavorative attraverso una piattaforma dedicata. Ma è anche un invito a sviluppare una cultura dell’autoimprenditorialità, oggi sempre più necessaria, affinché i professionisti di domani imparino sin d’ora a progettare consapevolmente il proprio futuro lavorativo e a creare nuove opportunità.

Quanto hanno inciso le collaborazioni internazionali sulla crescita del Conservatorio?

Moltissimo. Gli ultimi anni hanno rappresentato un momento straordinario per i conservatori italiani. Grazie ai finanziamenti del PNRR, ai progetti di ricerca nazionali e alle collaborazioni internazionali abbiamo potuto investire nella ricerca, nell’internazionalizzazione e nello sviluppo di nuovi percorsi formativi.

Abbiamo coordinato e partecipato a numerosi progetti che coinvolgono università e istituzioni straniere. Penso, ad esempio, a Polimnia, progetto che riunisce sette istituzioni AFAM con il nostro Conservatorio come capofila ed è dedicato allo studio del repertorio corale e delle partiture antiche della tradizione italiana. Oppure a Turandot, un grande progetto internazionale coordinato dal Conservatorio di Milano, incentrato sulla riscrittura del finale dell’opera pucciniana e sulla sua diffusione in diversi Paesi asiatici, tra cui Cina, Corea e Giappone. Per una realtà come la nostra sono state esperienze di enorme valore, soprattutto per gli studenti che hanno potuto confrontarsi con realtà culturali molto diverse.

Che cosa porterete a Cremona Musica?

Presenteremo gli esiti delle attività appena concluse, come le citate Turandot e Polimnia, ma anche iniziative ancora in corso, tra cui Edunext, dedicata all’innovazione tecnologica nella formazione musicale. Uno degli aspetti sui quali stiamo investendo maggiormente riguarda infatti la costruzione di una rete internazionale di didattica musicale basata su un modello ibrido. Grazie alle nuove tecnologie, docenti e studenti possono alternare lezioni in presenza e attività a distanza, mantenendo continuità nel percorso formativo anche quando si trovano in Paesi diversi. Credo molto in questa integrazione: non vedo perché rinunciare ai vantaggi della tecnologia, purché non si pensi di sostituire il rapporto umano. La comunicazione non verbale e l’incontro diretto restano elementi insostituibili della formazione musicale.

Cremona sarà anche l’occasione per proseguire il lavoro avviato durante un congresso internazionale che organizzeremo nei giorni precedenti a Modena. Porteremo con noi alcuni compositori e studiosi coinvolti in un progetto PRIN dedicato alle radici del linguaggio musicale, che mette in dialogo tradizioni culturali e musicali provenienti da contesti molto diversi.

Come sta cambiando oggi la formazione dei giovani musicisti?

La tecnologia rappresenta certamente una delle grandi trasformazioni del nostro tempo, ma non è questo il cambiamento più importante: la vera sfida riguarda il modo di insegnare. Gli studenti di oggi apprendono in modo diverso rispetto alle generazioni precedenti, è cambiato il modo di accedere alle informazioni, di confrontarsi con il sapere e di costruire conoscenza. Non possiamo continuare a insegnare come facevamo trent’anni fa!

Allo stesso tempo, credo sia necessario recuperare qualcosa che il mondo contemporaneo rischia di perdere: la lentezza. La musica richiede riflessione, ascolto, tempo. Studiare Mozart o Bach significa imparare ad abitare il suono, a costruire un fraseggio, a dare valore al timbro e al silenzio. È una forma di educazione del pensiero prima ancora che della tecnica, per questo ritengo fondamentale affiancare allo studio dello strumento una solida formazione culturale. La musica dialoga con la filosofia, la storia, la letteratura e l’incontro tra culture: un interprete non dovrebbe limitarsi a eseguire uno spartito, ma comprenderne profondamente il significato.

Guardando al futuro, quale dovrebbe essere la direzione del sistema AFAM?

Mi piacerebbe un Conservatorio sempre più vicino al modello universitario della ricerca, dove studenti e docenti condividano un percorso di scoperta e crescita. I programmi di studio sono una condizione necessaria, ma non sufficiente: la ricerca dovrebbe diventare il cuore della formazione musicale, alimentando curiosità, apertura mentale e libertà di pensiero.

Perché questo sia possibile sarà però necessario affrontare alcune criticità strutturali. Alla burocrazia, che troppo spesso finisce per frenare idee e creatività, si aggiunge la continua instabilità normativa: non si può chiedere alle istituzioni di perseguire una missione di lungo periodo in un sistema che cambia continuamente. La musica ci insegna che la qualità ha bisogno di tempo. Credo sia necessario recuperare il valore della lentezza, restituendo a studenti, docenti e istituzioni il tempo di costruire il futuro con maggiore consapevolezza.

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