di Sara Barbara Puccio
Dalla conquista della statizzazione nel 2023, il Conservatorio “Puccini” di Gallarate vive oggi una crescita record tra boom di iscritti e nuove sedi. Una rinascita travolgente che fa rima con innovazione: a Cremona Musica l’istituto presenterà un progetto rivoluzionario in collaborazione con Pianotech e Yamaha, capace di ricreare la prassi esecutiva storica tramite software MIDI. Il Direttore, Carlo Balzaretti, ci racconta questa straordinaria scalata, tracciando il futuro della formazione musicale italiana.
Gentile direttore, benvenuto! Il Conservatorio di Gallarate è una realtà piccola ma con una lunga tradizione alle spalle, che può vantare nel suo corpo docenti musicisti di spessore. Ci racconti meglio la storia dell’istituto e le sue caratteristiche.
Siamo nati come istituto civico negli anni ’80 e quando ho assunto la direzione nel 2020, in piena emergenza Covid, non avrei mai immaginato di trovarmi di fronte a una sfida simile: traghettare la struttura verso la statizzazione. All’inizio eravamo il fanalino di coda dei conservatori italiani; non avevamo le strutture né i numeri necessari, e ci mancavano dei requisiti fondamentali per uniformarci agli altri istituti pareggiati che stavano diventando statali. Grazie all’impegno corale di tutta la nostra comunità, nel 2023 siamo riusciti a ottenere la statizzazione, superando i criteri richiesti con ben 12 punti in più rispetto agli obiettivi iniziali. Oggi siamo un importante realtà statale e la nostra crescita è evidente nei numeri: siamo passati da pochi studenti agli attuali 240 iscritti ai corsi accademici. Anche i nostri spazi si sono trasformati: se prima potevamo contare solo su una villa di 120 mq, oggi disponiamo di un intero palazzo e di un teatro da 254 posti, grazie ai quali organizziamo una stagione di 31 concerti. A breve, inoltre, si aggiungerà una nuova struttura, una villa ancora più grande proprio di fronte alla sede attuale. In 36 anni di carriera nei conservatori, questa di Gallarate è in assoluto la storia più bella che ho vissuto, e ne vado profondamente fiero.
Dunque quello degli spazi era uno dei nodi principali per Gallarate e la sinergia con il territorio è stata fondamentale. Non trova che questa realtà possa essere d’esempio anche per gli altri conservatori?
Sicuramente sì, anche perché la posizione degli istituti pareggiati era delicatissima. In realtà, dobbiamo molto alla compianta ministra Valeria Fedeli. Fu proprio il 31 gennaio 2017, durante un incontro tra la ministra e i direttori al Conservatorio di Como, che vennero gettate le basi per la nascita dei bienni ordinamentali e i pareggiati alla statizzazione. Da quel tavolo nacquero i presupposti per il decreto ministeriale (DM 382) che ha permesso ai Conservatori di mantenere i corsi propedeutici e i progetti per i giovani talenti. Quell’incontro non solo stabilì i parametri che hanno permesso a Gallarate di diventare la realtà che è oggi, ma ha ridisegnato il panorama italiano, creando istituzioni moderne e realmente vicine agli studenti.
Cos’è oggi il Conservatorio di Gallarate?
Lo definirei una realtà all’avanguardia. Grazie a questo percorso abbiamo dotato la struttura di tecnologie aggiornatissime: il nostro teatro è predisposto per qualsiasi trasmissione in streaming e abbiamo inaugurato la prima sala d’ascolto vinili in Italia, progettata interamente da artigiani e tecnici italiani. Custodiamo decine di migliaia di LP, molti dei quali fuori catalogo, e sono gli studenti stessi a organizzare incontri per la cittadinanza, promuovendo una cultura dell’ascolto profondo che oggi si rischia di perdere. A questo si aggiungono dei prestigiosi fondi ricevuti in donazione: uno dedicato a Bach, un altro a Marcello Abbado.
Una crescita straordinaria, che porta con sé anche delle sfide gestionali non indifferenti.
Esatto, ci scontriamo con una forte discrepanza nei numeri. A fronte di 240 allievi accademici, abbiamo in organico soltanto 21 docenti, quando la media nazionale per questi volumi richiederebbe tra i 55 e i 60 professori. Stiamo lavorando per colmare il divario e colgo l’occasione per lanciare un appello al Ministero affinché agevoli l’arruolamento di nuovo personale. Questo ci permetterebbe di ampliare un’offerta formativa già fortemente proiettata verso l’esterno. Abbiamo all’attivo una convenzione con oltre 60 scuole del territorio, che ci permette di coltivare i talenti «in casa» per poi proiettarli verso l’Europa, con l’Erasmus+ e verso l’Oriente, grazie alle partnership con l’International Music Festival di Hong Kong e il China Conservatory di Pechino. La strada è quella giusta, ma per continuare a crescere abbiamo assoluto bisogno di organico, aule e nuovi spazi.
Quali progetti presenterete a Cremona Musica?
Proporremo i frutti di due importanti bandi che abbiamo vinto, un PNRR e un PRIN. Quest’ultimo, in particolare, ci vede collaborare con il Conservatorio di Modena diretto da Giuseppe Modugno e l’Accademia di Imola guidata da Franco Scala. È un immenso patrimonio di conoscenze in cui Gallarate cura la parte tecnologica. Attraverso ingressi MIDI e software di ultima generazione in collaborazione con Pianotech e Yamaha, siamo riusciti a riprodurre con la massima fedeltà timbrica gli strumenti storici (come quelli della scuola viennese o francese), superando il classico limite dei campionamenti standard.
Qual è il vantaggio pratico per un musicista?
È rivoluzionario per la prassi esecutiva. Pensi ai famosi pedali di Beethoven, che sui pianoforti moderni risultano «strani». Con questo software possiamo ricreare non solo il timbro dell’epoca, ma la tensione esatta delle corde o la durezza della martelliera di uno strumento storico. L’accordo iniziale della Patetica, che su un pianoforte moderno suona duro e metallico, ritrova una resa quasi da scrittura per archi. Per uno studente significa acquisire una consapevolezza interpretativa totalmente nuova. È un progetto al quale ho lavorato per 14 anni, che ho donato al Conservatorio e che presenteremo ufficialmente il 7 ottobre in un convegno con l’Università di Tolosa.
Un progetto affascinante. Ma il pubblico di oggi è pronto a concerti realizzati attraverso i computer o è ancora legato all’immaginario del recital ottocentesco?
Il vecchio recital è morto. Il pubblico oggi va stimolato creando nuovi format, e questo si ottiene solo investendo molto sulla comunicazione. Dobbiamo ricordare che la funzione principale della musica oggi è terapeutica nel senso più profondo: in un mondo dominato dalla velocità degli smartphone, la musica deve permetterci di riascoltare il nostro Io. Quando ho presentato questo progetto al Festival della Filosofia di Modena, si è aperto un dialogo che non si sarebbe mai tenuto in un concerto «normale». Il problema è che spesso nei conservatori le aree classica, jazz e pop non comunicano tra loro; dobbiamo superare questo limite e diventare «poliglotti».
Un’ultima domanda: quali sono le sfide più importanti che il sistema AFAM (Alta Formazione Artistica e Musicale) dovrà affrontare nei prossimi anni?
Il mantenimento della propria identità. Il conservatorio non può essere equiparato al sistema universitario tradizionale: un «credito» non può definire una competenza artistica. Dobbiamo scardinare questo paradigma, seguire il talento e personalizzare i percorsi formativi. Bisogna lasciare lo studente libero di correre alla propria velocità e fornirgli le competenze man mano che è pronto a recepirle. Spero, nel mio piccolo, di aver tracciato questa direzione a Gallarate.














