Donizetti incanta la Corea. Intervista al Quartetto Mitja

di Ruben Marzà

Nel loro nome, affettuoso diminutivo di Dimitri, risuona l’omaggio a Sostakovic e alla dimensione più intima della musica da camera; ma nei loro sorrisi e nella loro energia c’è tutto il calore e la spontaneità della grande tradizione italiana. Il Quartetto Mitja è formato dalle violiniste Giorgiana Strazzullo (36 anni, napoletana) e Lorenza Maio (26 anni, di Benevento), dal violista Carmine Caniani (38 anni, di Potenza) e dalla violoncellista Veronica Fabbri Valenzuela (35 anni, nata a Forlimpopoli e di origini italo-cilene). Nato nel 2008, il giovane ensemble è oggi tra i più seguiti e richiesti del panorama internazionale: a inizio settembre è stato protagonista di una trionfale tournée in Corea del Sud. A Cremona Musica International Exhibitions and Festival ha invece presentato il suo ultimo lavoro discografico per Urania Records, Donizetti: String Quartets, Vol. 2, seconda parte di un vasto progetto dedicato ai quartetti d’archi scritti dal grande operista bergamasco.

Non possiamo che partire dalla scelta del vostro nome, che subito evoca un’attenzione speciale al mondo russo.

Giorgiana Strazzullo: In Sostakovic vediamo il Beethoven del Novecento: adoriamo il suo repertorio, i suoi quartetti sono tra i vertici assoluti della musica da camera. Ci è sembrato quindi naturale, non appena abbiamo deciso di dare consistenza al nostro progetto, omaggiarlo; abbiamo scelto di guardare, più che alla sua dimensione pubblica, a quella intima, adottando il nomignolo con cui lo chiamava la madre e che a nostro parere ne fa emergere l’anima. Ma in lui vediamo anche un simbolo di coraggio e resistenza nei confronti di un regime che metteva a dura prova la vita degli artisti. Quindi… Nice to Mitja!

Vi siete dunque dedicati fin da subito ai suoi quartetti?

Carmine Caniani: In realtà si tratta di un repertorio che proiettiamo nel futuro. Ci sentiamo molto vicini alla sua musica, tanto da farne una sorta di nume tutelare; e proprio per questo attendiamo il giusto momento per dedicarci alla sua opera.

Un autore che, a colpo d’occhio, sembrerebbe distante anni luce da Donizetti, di cui qui a Cremona presentate il secondo volume dell’integrale dei quartetti. Come siete approdati ai suoi lavori?

C.C.: Nel 2018 è arrivata, del tutto inaspettata, la telefonata di Baltazar Zúñiga – il nostro produttore – con la proposta di incidere la prima integrale dei quartetti di Donizetti con una sola etichetta, in questo caso Urania Records. Abbiamo accettato subito. È stata una sorpresa, ma anche, in un certo senso, la conferma che fosse nostro destino incidere questa integrale…

G.S.: Di fatto, il nostro rapporto con Donizetti ha inizio molto tempo fa. Da giovanissima, agli albori dei miei studi di quartetto, un amico di famiglia di Pollena Trocchia [borgo alle pendici del Vesuvio dove il compositore bergamasco soggiornò per due anni, ndr], Rino Nigro, mi chiese: «Perché non studi i quartetti di Donizetti?» Ma c’è voluta la telefonata di Zúñiga  per dare corpo a questo sogno. Grazie a Nigro, tra l’altro, abbiamo avuto la possibilità di registrare i primi due volumi al Castello Santa Caterina: Donizetti amava Napoli, è stato bello riportarlo in questi luoghi.

Presentate il secondo di tre volumi, ciascuno un doppio album, per un totale di quasi sei ore di musica; il primo album è stato addirittura candidato all’ICMA 2022 [International Classical Music Award]. Come state affrontando questo percorso così lungo e impegnativo?

Veronica Fabbri Valenzuela: Pensando al lavoro svolto negli ultimi anni, mi viene in mente il contributo fondamentale dei nostri sponsor: Stefania Brancaccio, Domenico Monsurrò e l’azienda Coelmo SpA, che ci hanno sostenuto e continuano ad accompagnarci in questa avventura. Per noi è un percorso di crescita e di continua scoperta, un repertorio che si ama sempre più a ogni esecuzione. Peccato che questi quartetti siano stati per lungo tempo ignorati, hanno davvero molto da insegnare.

Lorenza Maio: Come spesso accade, la partitura è piuttosto povera di indicazioni, e questo ci autorizza a metterci tanto di noi e del nostro modo di fare musica. Si tratta di un lavoro faticoso, specie all’inizio e per un autore a cavallo di due epoche: dove è meglio rivolgersi, al Settecento o all’Ottocento? Dobbiamo a questo proposito ringraziare Giovanni Bietti, con cui abbiamo lavorato molto e chi ci ha aiutato a trovare la nostra chiave di lettura. Devo dire che Donizetti ha fatto crescere il gruppo: dopo di lui, tornando a suonare Mozart o Beethoven, tutto ci è sembrato per qualche ragione più intuitivo.

V.F.V.: E poi Donizetti ha il dono di una cantabilità che non stanca mai: è molto bello vedere come il pubblico a fine concerto se ne vada fischiettando le sue melodie, pur avendole appena ascoltate per la prima volta. È musica fortemente comunicativa, capace di imprimersi nella mente e nel cuore.

Le doti del grande operista emergono anche nelle composizioni strumentali. Ma veniamo a Cremona Musica, che vi ha visti protagonisti anche di alcuni momenti di carattere sociale.

G.S.: Oltre alla presentazione del lavoro su Donizetti, molto partecipata e gratificante, abbiamo avuto il piacere di suonare insieme ai rappresentanti della Recycled Orchestra di Cateura, in Paraguay. Si tratta di un ensemble che utilizza esclusivamente strumenti ottenuti da materiali riciclati: un progetto incredibile che unisce riscatto sociale e sostenibilità. Ma non dimentichiamo neanche la nostra performance serale all’Auditorium Arvedi del Museo del Violino, nell’ambito dell’evento Io suono italiano. Anche quest’anno la kermesse cremonese ci ha riservato tante sorprese e soddisfazioni, tra cui quella di incontrare gli espositori Arcus [casa tedesca famosa in tutto il mondo per i suoi archetti in fibra di carbonio, ndr], di cui siamo testimonial.

Siete giunti a Cremona Musica reduci da una lunga tournée in Corea del Sud. Raccontateci questa esperienza dall’altro lato del mondo!

C.C.: Il progetto è nato dall’amicizia con il chitarrista Giovanni Grano, mio conterraneo, che ci ha chiesto di accompagnarlo in questa avventura: abbiamo suonato sia in quartetto che in quintetto, presentando anche il nostro lavoro su Donizetti. Ci siamo esibiti in sale magnifiche, tra le più belle della Corea, all’avanguardia per acustica e architettura. C’è stato anche un bel feeling con il pubblico coreano, entusiasta e caloroso sia durante che dopo i concerti. Sembra che ci sia la possibilità di replicare la tournée nel 2024… incrociamo le dita!

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