Il mandolino: un revival planetario. Intervista a Carlo Aonzo

di Giulia Vazzoler

Carlo Aonzo, 56 anni, di Savona, è uno dei mandolinisti più acclamati a livello internazionale. Figlio d’arte, raccoglie l’eredità del padre Giuseppe, già maestro e direttore del Circolo Mandolinistico “Giuseppe Verdi” di Savona, e si conquista un ruolo nelle più importanti orchestre del mondo, fra cui l’Orchestra Filarmonica del Teatro alla Scala. Oggi, Carlo Aonzo è il direttore dell’Accademia Internazionale Italiana di Mandolino, che ha fondato nel 2006, e cura la direzione artistica di “Cremona Mandolini in Mostra”, la sezione di Cremona Musica International Exhibitions and Festival dedicata al mondo del mandolino.

Maestro Aonzo, dopo il successo dello scorso anno, si riconferma anche per l’edizione 2023 l’appuntamento con “Cremona Mandolini in Mostra”.

In realtà, il mandolino è sempre stato presente alla fiera di Cremona Musica, anche se solo nel 2021 ha trovato un suo spazio ufficiale e indipendente. Questo è potuto avvenire grazie alla sinergia con il liutaio Lorenzo Frignani e all’incontro con Alessio Ambrosi, il coordinatore artistico dell’Acoustic Guitar Village [sezione di Cremona Musica dedicata agli strumenti a plettro e a pizzico, ndr], che ha pensato di ospitarci all’interno del suo salone e di dedicare una rassegna al mandolino.

Il piccolo grande strumento che porta in alto la tradizione musicale italiana in tutto il mondo…

È proprio così. Il mandolino sta conoscendo una diffusione sempre più massiccia a livello internazionale, anche grazie all’opera delle orchestre mandolinistiche, ma c’è ancora molto lavoro da fare per dare a questo strumento la sua giusta collocazione in ambito classico e accademico. Pensi alla figura del milanese Pietro Vimercati: è stato il più grande mandolinista di tutti i tempi, un artista alla stregua di Paganini. Eppure, non gode della stessa notorietà davanti al grande pubblico. Il mandolino è uno strumento che va riscoperto e valorizzato, anche dal punto di vista della ricerca musicologica.

Vuole dire che lo stereotipo di “pizza e mandolino” è ancora duro a morire?

Al contrario, le assicuro che all’estero questo stereotipo non esiste affatto, e dispiace constatare che siamo proprio noi italiani a svilire uno strumento che è anche uno dei simboli della nostra cultura e della nostra tradizione. È una mentalità difficile da correggere, ma per noi costituisce uno spunto per cercare di inquadrare correttamente il ruolo del mandolino e per farne parlare nella maniera giusta.

Torniamo alla ricerca musicologica. Penso alla scuola dei Vinaccia, i liutai napoletani che nel Settecento sostituirono le corde di ottone e budello con quelle in acciaio armonico.

Questa è la parte forse più conosciuta della storia del mandolino, che però è uno strumento con origini molto più antiche. Lo troviamo spesso accanto al liuto negli affreschi medioevali, ma anche in raffigurazioni precedenti. Ma mentre il liuto ha avuto la fortuna di essere stato codificato prima, e il suo nome non è mai cambiato, il mandolino storicamente non ha un nome preciso: per secoli è stato chiamato “chitarra” o “chitarrino”, e solo dal Cinquecento in poi “mandora” o “mandola”. Ecco perché il suo repertorio è più difficile da individuare.

Ci parlava delle orchestre mandolinistiche. Lo scorso anno vi è stata una grande affluenza di gruppi a Cremona Musica, anche dall’estero.

In effetti la risposta è stata molto positiva: le orchestre mandolinistiche hanno voglia di esserci, di contarsi, di far conoscere le realtà musicali delle loro città. La loro attività è preziosa, perché grazie alla loro opera di divulgazione il mandolino sta conoscendo una grande fortuna anche a livello internazionale. Ricordiamo che sono le produzioni orchestrali a sostenere la commissione di nuovi brani, l’editoria musicale e i progetti discografici.

Quindi potremmo parlare di un dilettantismo musicale di alto livello.

È proprio così. Le orchestre sono formate prevalentemente da studenti, o da musicisti che per vivere fanno un altro lavoro, anche se raggiungono dei livelli tecnici notevoli. Danno voce a una dimensione più ludica, più amatoriale dello strumento, ma sono loro che portano avanti la tradizione delle grandi scuole di mandolino.

Da dove arriveranno queste formazioni?

Hanno già confermato la loro partecipazione alcuni ensemble e orchestre a plettro di Milano, Torino, Modena, Siena, Lucca, Palermo e Ferrara. Quest’ultima, in particolare, è una città con una tradizione mandolinistica molto importante: pensi che esiste addirittura un mandolino ferrarese, elaborato dal liutaio Luigi Mozzani; ma citiamo anche l’orchestra a plettro “Gino Neri”, con i suoi 125 anni di storia, un’istituzione cittadina molto sentita che anche quest’anno porterà un valore aggiunto importante a Cremona Musica.

E per quanto riguarda le presenze dall’estero?

L’ospite d’eccezione è Paulo Sá, mandolinista proveniente dall’Università di Rio de Janeiro. Il mondo del mandolino in Brasile è profondamente legato alla musica choro, un genere strumentale tradizionale che nasce nella seconda metà del XIX secolo e che costituisce un importante filo conduttore fra la musica colta e quella popolare. Paulo Sá è uno dei più grandi divulgatori del bandolim – il mandolino brasiliano – in Sudamerica.

Ci sarà anche una masterclass tenuta da lei, che ad oggi è titolare della cattedra di Mandolino presso i Conservatori di Bari e di Ferrara.

Tengo molto alla formazione accademica. Pensi che io ho conseguito il diploma in Mandolino nel 1993, presso il Conservatorio “Cesare Pollini” di Padova, alla prima sessione ufficiale dedicata a questo strumento. Oggi per fortuna le cose stanno cambiando: in Italia ci sono già una dozzina di conservatori che hanno aperto la cattedra di Mandolino, e altri sono in procinto di farlo.

Dal nome della kermesse possiamo intuire che ci sarà anche una vera e propria mostra di mandolini?

Sì, è così: l’aspetto espositivo rimane molto importante per Cremona Musica. La mostra è curata dal liutaio romano Leonardo Petrucci e associa copie di strumenti d’epoca a produzioni moderne. Quest’anno, inoltre, esporremo quello che, prendendoci un po’ in giro, abbiamo chiamato il “mandolino perfetto”: uno strumento nato dalla sinergia con i liutai Federico Gabrielli e Martino Quintavalla, che vuole offrire delle caratteristiche tecniche di altissimo livello e una nuova concezione del suono, più ampio e ricco di armonici.

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