La liutaia che porta la bellezza nel mondo. Intervista a Sofia Vettori

di Attilia Kiyoko Cernitori

Con il motto «ciò che dai è tuo per sempre», Sofia Vettori, 42 anni di Fiesole in provincia di Firenze, fa dell’empatia la base del suo lavoro. Cresciuta in una storica famiglia di liutai fiorentini, nel 2020 si è trasferita negli Stati Uniti per dare vita a una propria attività, la Sofia Vettori LLC; sarà presente all’edizione 2023 di Cremona Musica International Exhibitions and Festival insieme al marito Theodore Skreko, anch’egli liutaio. Ha all’attivo più di100 strumenti, ormai diffusi e ambiti a livello internazionale.

Sofia Vettori, la vostra è l’unica famiglia italiana di liutai da tre generazioni. Ci racconta come tutto è iniziato?

Mio nonno nel 1935, a Firenzuola, un paesino in mezzo alle montagne della Toscana, ha deciso di costruire violini. Nessuno avrebbe pensato che dal nulla sarebbe diventato un liutaio affermato in tutto il mondo. Per costruire il primo violino ha smontato il suo, si è fatto prestare un libro sulla liuteria dalla biblioteca del suo paese e si è fatto costruire gli arnesi dal fabbro locale. Incredibile, considerando che allora non c’era internet.

Lui è sempre stato la mia ispirazione per perseguire i miei sogni. Non importa la posizione in cui siamo e le difficoltà. Se si vuol fare qualcosa, la maniera si trova. L’importante è essere abbastanza determinati.

La liuteria è ancora uno dei campi di dominio maschile. Come mai pensa ci siano così poche donne oggi e nella storia?

Come vale per tutte le artiste donne, non è possibile che non siano esistite nella storia. Magari facevano più lavori di bottega e non sono mai state riconosciute.

Sappiamo intanto che le mogli e le sorelle di liutai famosi lavoravano insieme a loro. Anche nella mia famiglia mia nonna aiutava il nonno ad asciugare i violini al sole. Mia mamma verniciava e gestiva la bottega, ma non si è mai sentita liutaia. Non era una cosa pensabile, non poteva riconoscersi in un ruolo che ancora non esisteva.

Ci sono testimonianze anche dell’Ottocento. Allora le fabbriche di violini da studio erano in Germania: alcune ditte americane avevano costruito là i propri stabilimenti e assumevano donne perché costavano di meno. Ci sono foto di stanzoni pieni di liutaie che costruivano violini in serie.

Oggi per fortuna le cose sono cambiate, ci sono molte ragazze e più apertura mentale.

Ha mai subito discriminazioni?

Discriminazioni vere no, perché faccio parte di una famiglia di liutai. È successo però che alcuni clienti comprassero solo dai miei fratelli e i miei strumenti non li volessero nemmeno vedere.

Ci parla del suo motto «ciò che dai è tuo per sempre»?

Sono convinta che condividendo non ci venga tolto niente, anzi ci torni indietro di più. Il successo degli altri porta più successo anche a te. Per questo condivido quello che so, come ad esempio il video corso sulla verniciatura – materia non veramente insegnata nelle scuole e molto segreta in Italia, in quanto fondamentale per il suono. Insegno tutto dalla A alla Z, frutto di anni di esperimenti. Il mio scopo è infatti diffondere l’arte e la bellezza nel mondo: di conseguenza ci sarebbero meno guerre, discriminazione e razzismo. Nel mio piccolo condivido quello che so fare, cosicché altre persone riescano a ottenere qualcosa di bello.

Cosa rende speciale le sue creazioni?

Tengo molto alla componente emozionale legata ai miei strumenti. Ho sempre dato loro dei nomi e preparato un album con le foto della loro costruzione, dal pezzo di legno al risultato finale; una copia del libro viene poi consegnata al musicista, che aggiunge le foto dei concerti. È iniziato come bisogno personale per ricordarmi ogni strumento e chi li suona. Ho capito poi che è importante anche per i musicisti: sentono che non sono solo una serie di violini costruiti uno dopo l’altro, ma ognuno ha una sua personalità e un’anima. È difficile spiegarlo a parole, è una questione di empatia.

Come sceglie i nomi dei suoi strumenti?

Faccio delle serie. Ho iniziato con le piante velenose, poi ho continuato con la rosa dei venti. Attualmente per i violini costruiti sui modelli di Domenico Montagnana di Venezia utilizzo i nomi dei ponti della stessa città; per quelli di Santo Serafino uso il nome degli uccellini, mentre per Guarneri del Gesù i nomi dei fiori.

Lei è anche violinista. Pensa che questo le dia un vantaggio come liutaia?

Sì, riesco a capire cosa vogliono i musicisti. Ad esempio spesso è difficile descrivere il suono che si cerca. Comprendendo questo e il carattere della persona, riesco a consigliare il tipo di strumento più adatto. Per fortuna la mia famiglia ha sempre prodotto una grande varietà di modelli, quindi è più facile trovare la combinazione ideale.

Le sue pagine Instagram e YouTube (dedicate alla liuteria, ma anche ai lavori a maglia) vantano decine di migliaia di iscritti. Come è nata la sua passione per i social?

Tutto è nato durante la pandemia come una necessità, per non sparire nel nulla e tenersi in contatto con gli altri. Mi si è aperto un mondo che poi non ho più abbandonato. Grazie ad Instagram, ad esempio, ho conosciuto durante la pandemia una violinista polacca bravissima, che aveva allora 13 anni. Mi ha catturato. Cercava un violino per fare concerti e concorsi: poiché la mia missione è portare l’arte nel mondo, ho deciso di costruire un violino per lei e regalarglielo. YouTube invece è nato come un quaderno di appunti condiviso con tutti.

Qual è il suo rapporto con Cremona Musica?

Ci sono letteralmente cresciuta. Vado alla fiera da quando ero bambina. Allora era in una piazza in centro a Cremona. Successivamente cominciarono a partecipare più persone e l’esposizione si spostò alle fiere, nel padiglione dove ora ci sono i pianoforti. Con la famiglia ci torniamo tutti gli anni. Per questa edizione 2023, poi, avrò un mio personale spazio espositivo insieme a Theodor Skreko, mio marito, liutaio anche lui. Vi aspettiamo a settembre!

@Tutti i diritti riservati in collaborazione con TGmusic.it

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