Le due anime della musica. Intervista a Carlo Guaitoli

di Smeralda Nunnari

Descritto dal giornalista Guido Guerrera come«il ritratto perfetto di un principe russo per aspetto ed eleganza del gesto», Carlo Guaitoli nasce a Carpi e compie i suoi studi musicali prima al Conservatorio di Verona sotto la guida di Loretta Turci e poi presso l’Accademia Nazionale di S. Cecilia di Roma con Sergio Perticaroli. Giovanissimo, primeggia in concorsi internazionali; la sua poliedricità di solista, camerista e direttore d’orchestra l’ha condotto a esibirsi nei più importanti teatri internazionali. Nel 1993 ha inizio un lungo sodalizio con Franco Battiato, che lo ha scelto per i suoi album sia in qualità di pianista, sia come direttore nelle sue collaborazione con la Royal Philharmonic Orchestra e la English Chamber Orchestra. Attualmente è docente di Pianoforte al Conservatorio “G. Briccialdi” di Terni, direttore artistico del Teatro comunale di Carpi e del Concorso Pianistico Alessandro Casagrande di Terni. Un progetto monografico dedicato a Claude Debussy sarà il tema dei suoi concerti nell’ambito della prestigiosa rassegna MITO SettembreMusica, nonché della sua partecipazione all’edizione 2023 di Cremona Musica International Exhibitions and Festival.

Maestro, in che modo si è avvicinato alla musica – o è stata forse la musica ad avvicinare lei?

Sono successe entrambe le cose, direi. Però confesso di aver avuto una grande fortuna, quella di nascere in una famiglia appassionata, con due fratelli molto più grandi di me che studiavano e ascoltavano musica di qualità, come anche mio padre e alcuni parenti. Insomma, sono cresciuto in un’ambiente dove la musica giocava un ruolo molto importante e, ovviamente, ne sono stato attratto fin da piccolo. Inizialmente, per imitare i miei fratelli, ho cominciato con la chitarra, e successivamente mi sono dedicato al pianoforte.

Nel suo articolato percorso artistico è impossibile non citare l’intensa collaborazione con Franco Battiato. Può condividere un ricordo dell’uomo e dell’artista?

Anche in questo caso la buona stella mi ha favorito: incontrare giovanissimo una persona del suo spessore e rimanergli vicino per quasi 30 anni, anche se non in modo esclusivo, è stato per me molto importante sotto tutti i punti di vista. Lui rappresentava uno dei rari casi in cui la grande statura artistica coincide con quella umana. Dal punto di vista musicale, ci siamo trovati immediatamente, perché la sua visione coincideva con la mia o con quella che intuivo fosse la mia. Avevamo entrambi un approccio alla musica molto aperto e libero, a 360 gradi.

Secondo lei cosa rappresenta Cremona Musica per un artista o per un appassionato del settore?

Si tratta di una realtà importantissima in Italia, forse l’unica che si rivolge al nostro mondo in modo così esclusivo e rilevante. Soprattutto in questi ultimi anni trovo che la kermesse sia cresciuta tangibilmente e che sia diventata un vero e proprio punto di riferimento, tanto per i professionisti della musica quanto per gli appassionati e, naturalmente, per i commercianti. È un’occasione di ritrovo fondamentale e significativa.

In lei convivono le due anime della musica, quella classica e quella leggera. Quale prevale? C’è un equilibrio o un conflitto?

Non prevale né l’una né l’altra, altrimenti avrei fatto scelte diverse, probabilmente. Mi accompagnano entrambe sin da quando ero molto giovane, e la cosa mi ha anche messo in difficoltà a volte, nel senso che non ero sicuro di riuscire a portare avanti tutto. Però è stato più forte di me, e ciò che è successo nella mia vita non ha fatto altro che rinforzare questa decisione – o non decisione, a seconda di come la si veda! Ora che di anni ne sono passati, devo dire che mi sento pienamente soddisfatto di aver seguito questa direzione. L’unica cosa che tengo a precisare è che, a livello di formazione e di preparazione, la musica classica è qualcosa che non si può prendere alla leggera e che richiede una devozione senza limiti. Per cui, la mia è stata una fatica doppia, che tuttavia non mi ha impedito di affrontare ogni sfida con la massima serietà.

Un pianista e un direttore d’orchestra subiscono il fascino della musica, ma al tempo stesso la dominano, le danno forma in maniera diversa…

Sì, ci sono sfumature differenti per ogni artista che utilizzi tale mezzo di comunicazione. Io penso che la musica rappresenti un linguaggio, un codice, qualunque sia il ruolo del musicista – pianista, direttore d’orchestra o compositore. Ognuno la interpreta in base al proprio sentire e alla propria cultura. Sono convinto che un musicista debba fare da tramite per qualcosa che viene da più lontano, dall’alto, e che abbia il compito di renderlo manifesto all’ascoltatore a vari livelli emotivi.

Ci può dare qualche anticipazione sui suoi prossimi progetti artistici?

Al momento sono impegnato su più fronti. Nell’ambito della musica leggera sto portando avanti un lunghissimo tour con Alice, che ci sta portando in tutta Italia e all’estero con la musica di Battiato. Inoltre sto realizzando alcuni progetti solistici, tra cui uno monografico su Debussy che sarà il tema dei miei concerti a MITO e a Cremona Musica. Infine, una collaborazione iniziata un anno e mezzo fa, alla quale tengo molto, con il violoncellista Enrico Dindo.

Un consiglio a un giovane che sogna d’intraprendere la carriera musicale?

Credo che oggi, come non mai, per emergere sia necessario seguire quelle che sono le naturali inclinazioni e caratteristiche. La cosa difficile è riconoscerle, leggersi dentro e non avere paura di essere sé stessi.

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