L’ingegnere che fa cantare i pianoforti. Intervista a Paolo Fazioli

di Filippo Lugnan

Inseguire un’idea di suono pianistico ispirato al belcanto italiano: è questo l’obiettivo di Fazioli, azienda che dal 1981 realizza pianoforti a coda nella fabbrica di Sacile, in provincia di Pordenone.

È una missione nata dal desiderio del fondatore, l’ingegner Paolo Fazioli, pianista egli stesso e visionario creatore di una realtà oggi unica al mondo: pianoforti realizzati artigianalmente uno ad uno, e capaci di distinguersi per sonorità e qualità costruttiva. Oggi Fazioli è un marchio di grande prestigio, e i suoi strumenti sono presenti nei più importanti teatri del mondo.

Facciamo ingresso all’interno dello stabilimento, e vediamo, nelle locandine affisse alle pareti, i volti di tanti pianisti che scelgono Fazioli per i loro concerti: da Daniil Trifonov a Herbie Hancock, da Angela Hewitt a Louis Lortie. A suggellare l’importanza di questo albo d’oro, un maxischermo ci mostra le immagini di Bruce Liu, il vincitore dell’edizione 2021 del concorso Chopin di Varsavia, mentre si cimenta nella competizione – naturalmente su un Fazioli!

Siamo stati accolti dal garbo e dalla competenza dell’ingegner Paolo Fazioli, con cui abbiamo parlato della collaborazione dell’azienda con Cremona Musica International Exhibitions and Festival e di quali siano le prospettive future nella costruzione di pianoforti.

Come e quando è nata la cooperazione con Cremona Musica?

La nostra partnership è ormai decennale, e si è subito sviluppata come un’occasione di condivisione artistica tra musicisti, che va ben oltre le logiche e le finalità commerciali di un’impresa che espone in fiera. Fazioli è presente a Cremona Musica direttamente come azienda, e non solo tramite i rappresentanti italiani, come invece accade per altri costruttori di pianoforti.

I suoi strumenti sono apprezzati perché consentono ai pianisti di ottenere una grande varietà timbrica. Quali sono, per lei, i parametri che permettonodi differenziare le sfumature del tocco?

Dal punto di vista strettamente fisico, il principio che regola la produzione del suono pianistico è F=ma: la forza è uguale alla massa per l’accelerazione. Si tratta, tuttavia, di un argomento complesso, poiché legato alla sensibilità e alla soggettività della percezione del suono da parte di ognuno. Nessuna formula potrà mai svelarci come ottenere il tocco di Arturo Benedetti Michelangeli, o di un altro grande pianista: quello resta un segreto insondabile.

Quindi possiamo dire che avviene una sorta di “magia”, quando i grandi interpreti sfoderano sonorità così particolari?

Me lo chiedo tutti i giorni. A mio parere, più che di magia, si tratta del modo con cui i singoli suoni vengono combinati: ogni pianista ha una maniera unica di dosare la dinamica tra le voci e di usare il pedale. Mi spiego meglio: se io suono una nota, e poi ne suono un’altra, tra la prima e la seconda può esserci una certa differenza di intensità e dinamica. Così facendo, si possono ottenere miliardi di combinazioni, ed è da questo che dipende la produzione dei “colori” pianistici. È una relazione tra le forze che vengono messe in gioco.

Come si può innovare uno strumento che, all’apparenza, è lo stesso da oltre un secolo?

Se lei guarda i pianoforti a coda da lontano, sembrano tutti uguali – magari può variare il colore, ma consideriamo che siano tutti neri. Anche le automobili si somigliano, perché hanno quattro ruote e due o quattro sportelli. Queste sono le cose che saltano subito all’occhio.

Il telaio del pianoforte ha sempre una forma “ad arpa” e, all’apparenza, sembrerebbe che non sia cambiato nulla. Ma, in realtà, l’evoluzione è avvenuta all’interno dello strumento, anche rispetto a 40 anni fa. Le tavole armoniche, ad esempio, un tempo tendevano a spaccarsi; prendendo un pianoforte di cento anni fa, è difficilissimo che la tavola non presenti delle crepe. Oggi, invece, abbiamo trovato delle soluzioni per evitarlo.

In cosa consistono le novità?

Nell’uso di materiali diversi, ad esempio. Oggi si parla ancora molto della fibra di carbonio: c’è chi sostiene che si potrebbe utilizzare per la tavola armonica e per il telaio di ghisa. Noi abbiamo costruito tre pianoforti con una tavola in fibra di carbonio, dei quali uno si trova qui, nello stabilimento di Sacile, e tecnicamente funziona alla perfezione. La sua sonorità, però, è tendenzialmente più metallica, e ho preferito quindi non metterlo in commercio.

Che rapporto avete con la digitalizzazione?

Ho sempre avuto un approccio un po’ conflittuale con i computer, ma riconosco che, grazie agli algoritmi, si può esplorare meglio la relazione tra il risultato e il processo costruttivo.

La vostra azienda rappresenta ormai un punto di riferimento a livello internazionale. Come vede i risultati finora raggiunti?

Sono soddisfatto, certo, ma questo non significa che non si debba puntare a crescere e migliorarsi. La chiave sta nel continuare ogni giorno a lavorare e a sperimentare, per realizzare pianoforti sempre migliori.

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