Origines: alla corte di Monsieur Adolphe Sax. Intervista al Quartetto Cherubini

di Sebastiana Ierna

Pochissimi sono gli strumenti musicali che prendono il nome dal loro creatore. Tuttavia, non è difficile immaginare a cosa sia dovuta la fama del belga Adolphe Sax (1814-1894), geniale inventore e innovatore, nonché lucido imprenditore: il saxofono (lo stesso che Jean Cocteau nel 1919 descrisse come «una grossa pipa di nichel») venne presentato per la prima volta a Bruxelles nel 1841, e fu lo stesso Sax a suonarlo nascosto dietro un paravento, timoroso di svelare alla concorrenza le sembianze della sua nuova creatura. Non passarono molti anni prima che il quartetto di sax si imponesse come l’ensemble più versatile e diffuso, e che il repertorio per questa formazione conoscesse una notevole fioritura ad opera di amici, colleghi ed estimatori di Sax. Alle origini della letteratura per quartetto è dedicato l’esordio discografico del Quartetto Cherubini, Origines, uscito lo scorso luglio per l’etichetta Da Vinci Classics: i quattro giovani e talentuosi musicisti toscani – Simone Brusoni (32 anni, sax soprano), Adele Odori (28 anni, sax contralto), Leonardo Cioni (28 anni, sax tenore) e Ruben Marzà (30 anni, sax baritono) – propongono un’originale prospettiva sulla dimensione cameristica del neonato strumento, regalando anche quattro prime incisioni assolute. Li abbiamo incontrati dopo la presentazione del disco a Cremona Musica International Exhibitions and Festival e ne abbiamo approfittato per scoprire qualcosa di più su questo progetto e sulla storia del quartetto.

Come ha avuto origine il vostro ensemble?

Adele Odori: Il quartetto è nato nel 2016 al Conservatorio Luigi Cherubini di Firenze: inizialmente ci siamo incontrati e abbiamo iniziato a suonare insieme semplicemente per preparare un esame, ma poi, vista la sintonia e l’interesse da parte di tutti noi, abbiamo deciso di provare a uscire dal contesto accademico e intraprendere il nostro percorso.

A cosa si deve la scelta del nome?

A.O.: Più che una scelta, è stata un rimando naturale al Conservatorio di Firenze: ai primi concorsi a cui abbiamo partecipato ci iscrivevamo come “Quartetto di sax del Conservatorio Cherubini”, espressione che poi veniva giustamente abbreviata in “Quartetto Cherubini”. D’altro canto, ci piace pensarci in qualche modo eredi dello stesso Luigi Cherubini, autore di bellissimi quartetti per archi, di alcuni dei quali abbiamo anche curato ed eseguito trascrizioni.

Ruben Marzà: A questo proposito, recentemente ci è stato proposto, forse pensando di renderci maggiormente “spendibili” a livello internazionale, di anglicizzare il nome: Cherubini Quartet, Cherubini Saxophone Quartet… Ma la cosa non ci ha mai del tutto convinti, e siamo rimasti fedeli alla nostra scelta – o meglio, alla nostra non scelta [ride].

Divulgate la musica in sale da concerto e teatri, ma spesso anche in luoghi non pensati per accoglierla.

Simone Brusoni: Insieme all’attività concertistica dei festival, abbiamo alcuni progetti in cantiere, tra cui uno che unisce musica e teatro: mirato alla sensibilizzazione e alla formazione dei bambini della scuola primaria, si ispira alla fiaba dei musicanti di Brema, e prevede anche la presenza di un attore. Inoltre, ci piace guardare anche al valore sociale della musica, e quindi cerchiamo di diffonderla in contesti dove altrimenti faticherebbe ad arrivare: ricordo la nostra esperienza nel carcere di Sollicciano a Firenze, un momento di incredibile intensità, una vera immersione nel potere comunicativo della musica. Crediamo che simili iniziative dovrebbero essere incoraggiate, da parte degli artisti ma anche delle istituzioni.

Nel rivolgerci al vostro debutto discografico, sorge spontaneo chiedervi: quali sono le origini di Origines?

Leonardo Cioni: Nel 2021 siamo stati tra i vincitori del bando Da Vinci Young Sounds, che ci ha permesso di progettare la nostra prima incisione. Abbiamo vagliato numerose possibilità, e alla fine abbiamo deciso di tornare alle nostre origini, appunto, indagando il primissimo repertorio per quartetto. La scelta del titolo è stata quindi naturale; ci piace anche mantenere una certa ambiguità nella pronuncia, visto che la grafia è la stessa sia in latino (la lingua delle origini per eccellenza) che in francese (il sax nasce e si sviluppa nel mondo francofono). Tra i pezzi inseriti nel disco, avevamo già suonato solo il Grand Quatuor Concertant di Singelée, probabilmente il più famoso del lotto: di tanti altri ignoravamo persino l’esistenza.

Su cosa si è basata quindi la scelta dei brani?

S.B.: La decisione a monte è stata quella di dare una prospettiva il più completa possibile sulle origini del quartetto: per nostra fortuna, e per complesse ragioni sia culturali che storiche, la stagione più florida di questa letteratura è durata poco, finendo di fatto con la guerra franco prussiana e la Comune di Parigi del 1871. Risultano attestate 16 composizioni per quartetto scritte tra il 1857 e il 1900, alcune delle quali sono purtroppo andate perdute: abbiamo portato avanti un lavoro di ricerca che ci ha portato a recuperare partiture di pezzi mai registrati, inediti dopo più di 150 anni. Sono stati giorni di grande impegno, ricerca e soddisfazione.

R.M.: Il risultato è la prima integrale dei quartetti di sax dell’Ottocento europeo. È interessante notare come, malgrado l’uniformità stilistica, ogni compositore riesca a dare la propria impronta alla scrittura, che talvolta si ispira a quella per quartetto d’archi, altre volte alla banda militare, sempre con lo spiccato gusto operistico che costituisce la cifra dell’epoca.

Cosa vi ha donato questa incisione?

A.O.: Tanta soddisfazione. Ci ha messo davanti a numerose scelte e sfide, e poter ascoltare e toccare con mano il risultato finale è davvero emozionante.

R.M.: Da saxofonisti, siamo abituati a frequentare soprattutto la musica del Novecento: i brani di questo disco sono solo apparentemente semplici, in quanto presentano notevoli difficoltà di intonazione e d’insieme, più che strettamente tecniche. Immergersi in uno stile legato al mondo operistico, al bel canto, all’accordo perfetto, è stato molto stimolante.

S.B.: Grande soddisfazione è arrivata nel vedere come il nostro lavoro abbia saputo coinvolgere, oltre a noi in prima persona, anche i nostri parenti e amici, musicisti e non, fino ad arrivare agli ambiti accademici: si è creato un bell’interesse, e di questo non possiamo che andare fieri.

Cosa può offrire l’arte dei suoni a giovani artisti come voi?

A.O.: Credo che la musica abbia il potere di riportarci a una dimensione intima e introspettiva, che ha a che fare con il mondo del sentire, nel significato più ampio del termine.

R.M.: Vivere di e per la musica insegna l’importanza di ascoltarsi, e di ascoltare gli altri: se ne ricava un valore che trascende il momento artistico e performativo, andando a incidere su ciò che siamo come esseri umani.

S.B.: Fare scoprire al pubblico il momento della condivisione e dello stare insieme è un’occasione preziosa per noi musicisti. Basti pensare che, 150 anni fa, andare all’opera rappresentava il momento di massima socialità: a distanza di tempo, con più strumenti e tecnologia, si dovrebbe tornare a riscoprire la bellezza dello stare insieme attraverso l’arte.

Potete anticiparci qualche progetto futuro?

L.C.: Ci piacerebbe portare il nostro primo disco in giro per l’Italia – e perché no, in tutto il mondo! Per il nuovo anno abbiamo già in programma trasferte interessanti in Austria, Svizzera e Romania. Ci dedicheremo anche ad ampliare il nostro repertorio, in vista di nuovi concerti e incisioni: la musica di Origines getta luce sul nostro lato più “classico”, ma in futuro sarebbe bello registrare anche i tanti pezzi contemporanei che ci sono stati dedicati.

Per finire, due parole sulla vostra esperienza a Cremona Musica.

R.M.: Possiamo dirci davvero soddisfatti. La presentazione del disco ha visto una Sala Guarneri affollata e partecipe: è stato bello ritrovare tra il pubblico amici e colleghi che non vedevamo da anni. Ci ha fatto piacere vedere, tra gli altri, numerosi partecipanti al Cremona Band Festival [l’evento che ha riunito, nell’ambito della kermesse, dieci bande italiane, ndr]: in tanti sono venuti ad ascoltarci, anche in nome di quella solidarietà e amicizia fra strumenti a fiato che non dovrebbe mai venire meno. Speriamo che sia stata solo la prima di tante esperienze cremonesi!

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