Sincronismo perfetto e un Ravel “inedito”. Intervista ad Alberto Nosè

di Maria Musti

Nel palmarès del 43enne pianista veronese Alberto Nosè figurano i più prestigiosi concorsi internazionali: il Premio Venezia all’unanimità nel 1998, il secondo premio al Busoni nel 1999, il quinto allo Chopin di Varsavia nel 2000, il primo premio al Paloma O’Shea di Santander, al Montecarlo Piano Masters, al Top of the World di Tromso. Una carriera luminosa, che lo ha visto dedicarsi tanto alle performance da solista quanto alla musica da camera. Ed è anche nella veste di camerista, in quello che è l’ensemble più “intimo” ovvero il duo pianistico a quattro mani, che ha partecipato all’edizione 2023 di Cremona Musica International Exhibitions and Festival: dopo il recital solistico con musiche di Chopin, Scriabin e Weissenberg, l’Amadeus Piano Duo – che lo vede a fianco di Valentina Fornari – si è esibito in un concerto che include una preziosa trascrizione inedita di un brano di Ravel, da loro stessi curata.

Maestro Nosè, lei ha intrapreso la sua carriera concertistica quando era ancora un bambino, a undici anni, vincendo il concorso internazionale Jugend für Mozart di Salisburgo, grazie al quale ha effettuato la sua prima tournée in Italia, Austria e Francia. A che età ha cominciato a studiare pianoforte?

Avevo sette anni, frequentavo la seconda elementare. Ho cominciato subito a partecipare a concorsi di esecuzione musicale.

e a vincerli! Ha inanellato una serie impressionante di successi: il Busoni, lo Chopin, il Vendôme, Santander, Montecarlo…

Che è stato l’ultimo a cui ho partecipato, nel 2015. Un concorso molto particolare: si svolge in soli quattro giorni intensissimi con altrettante prove diverse e rilascia un unico premio, il primo. Il programma richiesto è imponente, due concerti per pianoforte e orchestra, quattro ore di musica da avere “sottomano”.

Il contrario dello Chopin di Varsavia, che ha un programma monografico.

Concorso unico, molto sentito e seguito, che lascia un ricordo intensissimo perché si svolge in una città in cui il compositore polacco è quasi una divinità. La difficoltà interpretativa è sempre molto alta, perché pur eseguendo musica dello stesso autore bisogna dimostrare di possedere originalità e ricchezza di espressione.

Lei il concorso Chopin di Varsavia l’ha vissuto da concorrente e da giurato.

Anche quest’ultimo è un compito per nulla scontato: per due settimane si ascoltano sempre gli stessi pezzi, e alla fine si giudica più per gusto personale che per livello strumentale, perché la perfezione tecnica in concorsi di questa caratura è scontata. Bisogna avere un’idea, in base alla quale ogni giurato costruisce poi le proprie preferenze.

In concorsi con un repertorio molto vasto da gestire, come si riesce a tenere tutto a portata di mano?

Allenamento. Deve diventare, per fortuna o purtroppo, una routine. Anzi, è molto più difficile esibirsi in maniera saltuaria: si acquisisce l’abitudine a stare sul palco, a gestire un certo tipo di contesto e di pressione.

A Cremona Musica l’abbiamo ascoltata in duo pianistico con Valentina Fornari. Cosa rappresenta per lei questa fiera?

Ho avuto occasione di suonare più volte alla kermesse cremonese, ed è sempre un’esperienza piacevolissima. Nel 2018 ho eseguito tutti i preludi di Chopin, che è un autore che amo molto e mi accompagna da tutta la vita.

Repertorio prediletto, oltre a Chopin?

Gli autori russi e Beethoven.

Preferisce la formazione a quattro mani o quella con due pianoforti?

Sono due approcci molto diversi. Il duo di pianoforti è forse più adatto al concerto: qui i due strumenti sembrano quasi due entità diverse, che dialogano ma allo stesso tempo si combattono a vicenda. Il quattro mani è una forma musicale più intima: le mani si sfiorano, si toccano, ci vuole un grande affiatamento.

Ha avuto difficoltà ad adattarsi, provenendo da una carriera solistica importante, in cui domina e padroneggia l’intera tastiera, agli spazi ristretti richiesti dal quattro mani?

Beh, certamente la prospettiva è diversa [sorride]. Ma si tratta di un lavoro di collaborazione che richiede che le scelte siano condivise. Io eseguo la parte del II, e il mio uso del pedale deve funzionare per me e per il I, in quanto le scelte dell’uno condizionano quelle dell’altro, così come la disposizione delle mani. Un altro aspetto importante che richiede molta attenzione è la diteggiatura, che ha conseguenze anche sul suono dell’altro e può addirittura ostacolarlo.

Qual è il vostro repertorio?

Comprende i capolavori scritti per questa formazione da Schubert, Mozart, Brahms… ma ultimamente ci stiamo dedicando molto alle trascrizioni di opere orchestrali come i Poemi Sinfonici di Respighi, a cui ci siamo avvicinati per caso ma che ci hanno subito affascinato. Abbiamo poi inciso la suite per orchestra The Planets di Holst nella riduzione per 2 pianoforti dell’autore, per l’etichetta Velut Luna. Cerchiamo arrangiamenti originali, altrimenti li realizziamo noi stessi. È il caso di Introduzione e allegro di Ravel, che presenteremo a Cremona, una composizione scritta originariamente per arpa, flauto, clarinetto e quartetto d’archi.

Lei nel periodo del lockdown ha trasmesso in streaming i concerti della sua Accademia. Non teme che la gente si disaffezioni alla musica dal vivo?

Lo streaming ha dei lati positivi perché puoi fruire di un evento anche se non sei fisicamente presente al suo svolgimento, ma deve essere di altissima qualità. È stato l’unico modo per continuare a far musica nonostante la chiusura di sale da concerto e teatri. Ma il pubblico è parte integrante dell’evento, crea acustica, energia.

Ha studiato con grandi maestri.

Ognuno dei miei docenti mi ha lasciato importanti insegnamenti. Con Pollini ho lavorato molto sul repertorio contemporaneo. Mi ha guidato ad avere una visione analitica e attenta della partitura, in cui i suoni vengono tenuti assieme dall’intenzione musicale, un po’ come nella tecnica pittorica del puntinismo. Se la musica contemporanea non veicola un messaggio o delle emozioni, resta solo una sperimentazione di colori, come tanti tentativi che non hanno avuto seguito. Il pubblico va educato su quel che va a sentire, ma allo stesso tempo troppa spiegazione fa perdere l’emozione.

Quindi lei è a favore o contro la presentazione esplicativa che precede i recital?

Inserisco sempre un’introduzione, inquadrando i brani da un punto di vista umano, non asettico, e il pubblico lo apprezza molto. Bisogna interessare, non erudire. D’altra parte, credo che il recital abbia una sua storia, delle regole, una prassi da rispettare: sono un tradizionalista e spero che la forma resti la stessa, magari svecchiando il repertorio.

Quali sono i suoi prossimi progetti?

Dopo la partecipazione a Cremona Musica mi aspetta un recital all’Accademia di Verona con un programma quasi del tutto nuovo, e soprattutto nel maggio 2024 una tournée in Cina con l’Amadeus Piano Duo… non vediamo l’ora di partire!

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