Bari, intervista al direttore Valter Nicodemi
di Michela Ianniciello
Il Conservatorio di Bari nasce cent’anni fa dal sogno di Giovanni Capaldi, musicista e critico barese. Fu lui, per primo in Puglia, a fondare nel 1925 a Bari un istituto musicale privato. Volle intitolarlo a Niccolò Piccinni, il grande operista nato proprio in città, e il 14 maggio di quell’anno inaugurò la sede di Via Melo. Quel primo nucleo ha visto una crescita continua: prima il Liceo Musicale, poi il pareggiamento ai conservatori statali nel 1937; risale a vent’anni dopo il trasferimento nella splendida villa Lindemann, immersa in un parco di diecimila metri quadrati, e infine, nel 1959, la trasformazione in Conservatorio di Stato, il quattordicesimo d’Italia. Pochi anni prima, nel 1950, si apre un capitolo che da solo basterebbe a renderla memorabile, quello di Nino Rota, qui prima docente e poi direttore per oltre un quarto di secolo. Dalle sue classi passò anche un giovanissimo Riccardo Muti, oggi direttore onorario.
È questa l’eredità che oggi raccoglie Valter Nicodemi, sassofonista e fondatore dell’Italian Big Band, la formazione jazz con cui dal 1993 si esibisce in Italia e all’estero. Docente nei conservatori da oltre trent’anni e dal 2007 titolare della cattedra di sassofono del Piccinni, dallo scorso novembre è alla guida dell’istituzione. Lo abbiamo incontrato in occasione della partecipazione a Cremona Musica Expo and Festival, dove l’istituzione presenterà la sua produzione per raccontarsi e mostrare l’orizzonte di uno dei conservatori più grandi e antichi d’Italia.
Direttore, quali sono oggi gli aspetti che rendono unica la vostra istituzione nel panorama dell’Alta Formazione Musicale italiana?
Siamo un conservatorio molto grande, articolato in otto dipartimenti, e questo ci permette di offrire agli studenti un’ampia possibilità di scelta. Siamo molto fieri del nostro dottorato di ricerca in Composizione musicale elettroacustica computazionale, considerato un unicum a livello nazionale. È un percorso che coniuga la complessità di reti neurali, modelli matematici e prassi compositiva contemporanea, per formare ricercatori capaci di muoversi tra arte, scienza e tecnologia. Nasce dall’esperienza della nostra Scuola di Musica Elettronica, ed è coordinato Francesco Scagliola compositore e fondatore del collettivo Sin[x]Thésis, a lungo assistente per l’elettronica di Azio Corghi e Giacomo Manzoni all’Accademia Chigiana, con sei Premi Nazionali delle Arti. Tra i dottorandi ci sono Rossella Calella, compositrice elettroacustica e videoartista che lavora sulla computer music, e Francesco Vitucci, compositore vincitore del premio “Goffredo Petrassi” nel 2022.
Veniamo a Cremona Musica. Quali progetti e attività porterete in fiera quest’anno?
Presenteremo l’insieme della nostra offerta formativa, che si muove su più fronti. Il primo, le masterclass: solo tra maggio e giugno di quest’anno se ne sono susseguite quasi ogni settimana, con ospiti di rilievo come il violinista Giovanni Angeleri, vincitore del Premio Paganini, e il compositore Renzo Cresti, protagonista di un seminario di analisi sulla “Musica Presente”. Il secondo fronte è quello concertistico. Docenti e studenti suonano fianco a fianco in numerosi appuntamenti, e i più giovani hanno spazi su misura: grazie ad apposite convenzioni prendono parte a intere stagioni dedicate, una vera palestra per migliorare la performance. Un altro aspetto a cui tengo molto è l’internazionalizzazione. La Commissione Europea ci ha accreditati per partecipare a Erasmus+, il programma di scambi dell’Ue che prevede l’accoglienza e l’invio di studenti e docenti da e verso istituzioni europee ed extraeuropee. A questo si aggiungono le collaborazioni con l’Università di Bari e con la Fondazione Teatro Petruzzelli. Questo è il bagaglio che porteremo in fiera, pronti a condividerlo con chi vorrà conoscerci.
Quali strumenti mettete in campo per favorire l’inserimento professionale dei vostri studenti?
Il nostro obiettivo è far sì che chi esca dal Conservatorio sia già entrato in contatto con il mondo professionale. Per questo progettiamo, anche in convenzione con enti pubblici e privati, stage e tirocini coerenti con i percorsi di studio e riconosciuti come crediti: non un’appendice, ma parte della formazione. Lo stesso avviene all’estero, dove con Erasmus+ è possibile svolgere un tirocinio in imprese o centri di ricerca e rientrare con competenze e contatti che in aula non si costruiscono. A questo si aggiunge il legame con il territorio, che avvicina chi studia da noi alla produzione dal vivo, penso al rapporto con la Fondazione Teatro Petruzzelli o all’orchestra Athenaeum dell’Università di Bari, aperta anche ai nostri studenti e diplomati.
Come sta cambiando la formazione musicale superiore? Quali nuove competenze ritenete oggi indispensabili?
È il mondo intorno al musicista a essersi trasformato, e chi prepara i giovani non può ignorarlo. Un tempo bastava studiare bene lo strumento e attendere; oggi bisogna saper costruire le occasioni. Chi esce dal Conservatorio deve imparare a prodursi, inventarsi, promuoversi: in una parola, a essere imprenditore di sé stesso. Non è semplice, perché significa saper ideare un progetto e saperlo presentare, anche a livello europeo, dove si trovano molte delle risorse che poi danno lavoro. Su questo i conservatori hanno ancora una lacuna. Curiamo benissimo la parte artistica e quella didattica, ma chi sogna la carriera del concertista spesso si ritrova spaesato, ha il talento e non sa come farlo conoscere. Eppure la capacità di raccontarsi e di muoversi nel sistema è diventata decisiva quanto la tecnica. È qui che il percorso di studi deve fare un passo avanti.
Una sfida affascinante, guardando al futuro, in quali direzioni vuole investire il Conservatorio, e quali opportunità intravede per il sistema Afam?
Il mio sogno nel cassetto è un percorso di studi trasversale, una borsa di dottorato o un master in marketing e management delle attività musicali. Di solito, in conservatorio, la carriera viene immaginata in due forme, il concertista o l’insegnante; io vorrei valorizzare anche tutto il sistema che fa vivere la musica: la produzione, la diffusione, la comunicazione, e formare chi un domani se ne occuperà. Credo sia un obiettivo a portata di mano, anche grazie a una circostanza fortunata. Il nostro nuovo presidente, Pierfelice Rosato, insegna all’Università di Bari proprio management delle attività culturali e marketing digitale, in collaborazione con l’ateneo potremmo dare forma a questo progetto, mi auguro già per il prossimo anno accademico. È una grande opportunità che riguarda tutti. La musica classica può tornare a parlare a un pubblico più ampio, e per riuscirci dobbiamo imparare a raccontarla e a divulgarla meglio. È un terreno su cui il pop lavora moltissimo, e anche il nostro mondo può farlo. Investire su queste competenze fa bene all’intero sistema, dalla produzione alla formazione. È una delle partite più stimolanti dei prossimi anni.














