Una chitarra, cento percussioni. Intervista a Preston Reed

di Sebastiana Ierna

Chitarrista acustico tra i più influenti e innovativi della scena internazionale, tra gli anni Ottanta e Novanta il 69enne americano Preston Reed ha rivoluzionato il modo di suonare il suo strumento. Ha pubblicato 17 album di composizioni originali, molto apprezzati da pubblico e critica, e si è esibito in sei continenti. Da 23 anni vive in Scozia, dove dal 2003 al 2009 ha tenuto seminari estivi che lo hanno visto lavorare con numerosi giovani musicisti, tra cui nel 2005 l’allora quattordicenne Ed Sheeran. L’abbiamo incontrato in vista della sua prima partecipazione a Cremona Musica International Exhibitions and Festival, dove si esibirà sabato 28 settembre, ospite tra i più attesi dell’Acoustic Guitar Village.

La sua fama internazionale è legata a un approccio innovativo alla chitarra acustica. Di cosa si tratta?

Ho semplicemente “riscoperto” il corpo della chitarra, introducendo effetti percussivi che ne sfruttano le ampie possibilità sonore. A seconda di dove e come lo si colpisce, è possibile restituire timbri molto diversi e che richiamano percussioni esistenti: battendo sul manico con la mano sinistra otteniamo l’high hat, percuotendo il lato dello strumento sopra il manico l’hand clap, la conga e i colpi di bongo usando entrambe le mani, e infine la grancassa con la sola mano destra. Questa nuova tecnica mi ha permesso di dar vita a tutte le mie idee musicali, e di ampliare le sonorità della chitarra. Qualcuno che mi ha visto sul palco, a questo proposito, mi ha definito “acrobatico”: ma il mio scopo è comunicativo, più che virtuosistico, cerco di definire un mio linguaggio sfruttando tutte le opportunità strumentali a disposizione.

Com’è nata questa idea?

Da ragazzo ero affascinato dai timbri delle percussioni, specie da quelli che si ottenevano battendo su oggetti casuali: sperimentandoli sulla chitarra, mi sono reso conto dei risultati che potevo ottenere. I diversi stili di rock & roll, il jazz moderno e quello delle big band, il blues e l’r&b, il pop e la classica orchestrale: nella mia testa questi stili si intrecciavano e si combinavano con i nuovi effetti percussivi, ed è così che ho dato vita alle mie composizioni. Suonare in modo convenzionale non mi dava la giusta ispirazione; aprendo la mente a tutte le novità possibili, invece, ho potuto trasmettere le emozioni più profonde che la musica stessa mi ha donato.

Volgendo lo sguardo al futuro, intravede altre novità all’orizzonte?

Vorrei collaborare con ensemble orchestrali, con cui realizzare nuovi album: i miei pezzi solistici fanno uso di un’ampia gamma sonora, adattabile a grandi compagini strumentali. Per me significherebbe aggiungere un importante tassello alla mia ricerca, e arricchirla di nuove prospettive.

In collaborazione con TGmusic.it

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